I’m @notBillWalton

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I’m not Bill Walton.

walton and daddy

Chissà quante volte , nel corso della sua esistenza, Luke avrà risposto cosi a chi lo paragonava al celebre padre. Il Luke in questione è Luke Walton, naturalmente, il nuovo allenatore dei Los Angeles Lakers, un ragazzo abituato a bruciare le tappe e a creare conflitto e discussioni, proprio  a causa dell’ingombrante genitore che – volente o nolente – ne ha condizionato il percorso per tutto l’arco della sua vita, cestistica e non.

D’altronde, è bene chiarirlo subito, è stata proprio una – discutibile ma coraggiosa – scelta di  Walton jr., il decidere di misurarsi in un ambiente dove il padre ha segnato, o quantomeno contribuito a segnare, un’era. Senza possederne il medesimo talento fisico e tecnico, senza vantare quel carattere guascone e pittoresco per il quale Bill si è meritato il famosissimo e seguitissimo fake-account twitter che ha ispirato il titolo di questo pezzo. L’unica analogia tra i Walton giocatori di basket, è stata una predisposizione poco invidiabile agli infortuni, per quanto anche sotto questo punto di vista, Bill abbia finito per surclassare il figlio.

Uno abituato a bruciare le tappe, dicevamo: a quanti è capitato di giocare la finale Ncaa,  vestire la maglia dei Lakers – quei Lakers, non l’attuale parodia –  dal primo giorno trascorso tra i Pro ed essere nominati Head coach NBA alla precoce età di 36 anni? La risposta corretta è nessuno, a dimostrazione che non bisogna essere necessariamente un uomo speciale per realizzare qualcosa di eccezionale.

Luke Walton infatti, non è mai stato un fenomeno: fin dai tempi di Arizona era chiaro ai più che non avrebbe ripercorso le orme del padre, quando e se mai fosse riuscito a diventare un Professionista.

Luke arizona

E per diventarlo lo è diventato, si è concesso perfino il lusso di disputare una decina di stagioni nella NBA, prevalentemente nei Los Angeles Lakers, sempre nel segno di Phil Jackson, colui che effettivamente ha determinato le sue fortune agonistiche.

walton jax

Scelto dai Lakers della ormai celeberrima “Last season” narrata dallo stesso Phil, Luke è diventato quasi subito un idolo del pubblico dello Staples, vuoi per il colore della pelle –  eh si, non guasta mai, in mancanza di altre doti particolari -, per il nome che portava sulle spalle o ancora, per il suo volto cinematografico, degno di Beverly Hills 90210. Coach Zen lo ha preso subito sotto la sua ala protettrice e lo ha fatto crescere sotto il segno della Triangolo, e zitto zitto il presunto sosia di Steve Sanders, si è ritagliato un posto nella rotazione della finalista della Western conference 2004, già nel suo anno da rookie. Dopo l’inattesa e drammatica sconfitta coi Pistons, l’addio di Phil e la trade Shaq, il figlio di Bill finì nel dimenticatoio durante la fallimentare gestione Tomjanovich/Hamblen, per tornare in auge col ritorno di Jax, solo 12 mesi più tardi. Da giocatore, Luke avrebbe raggiunto altre tre volte le Finals NBA, mettendosi alle dita ben due anelli, proprio come il padre campione del mondo nel ’77 coi Blazers e nove anni più tardi , vestendo la maglia dei Boston Celtics di Larry Bird e Kevin McHale. Fortunato e vincente, dunque.

Mai amato dai tifosi Lakers più competenti e tecnici – il talento era quello che era -, Luke si faceva apprezzare per l’intelligenza del suo gioco, la capacità di leggere le situazioni proposte dalla Triangle post offense applicata dai Lakers di Jackson e Winter, e per l’abilità nel passare il pallone e rendere fluido l’attacco. Nei panni di facilitatore, Luke ha espresso il meglio del suo repertorio, denotando un Iq che in tempi non sospetti poteva far presagire un futuro da coach. A pensarci bene, i primi segnali s’erano materializzati nel 2011, quando ancora in piena attività agonistica, il 31enne Walton fece parte del coaching staff dei Memphis Tigers, ateneo di prim’ordine nel college basket, durante la off-season.  Ma diciamo la verità, allora nessuno avrebbe scommesso un cent su un Walton di ritorno a El Segundo, incaricato dell’arduo compito di rimettere sulla giusta rotta i Lakers tragicomici dell’ultimo quinquennio. Già qualche indizio in più, avrebbe dovuto fornircelo invece il folgorante avvio di stagione dei Warriors – 24-0 iniziale, record all times – sotto la sua guida, con il coach in pectore Steve Kerr, inchiodato a  letto da serissimi problemi alla schiena. Senza inventarsi nulla di strabiliante, Walton non ha fatto rimpiangere il coach of the year in carica, riuscendo ad entrare nelle teste dei giocatori e guadagnandosi il loro rispetto.

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Prerogativa che peraltro gli potrebbe tornare molto utile per venire a capo di uno degli spogliatoi meno facilmente gestibili della Lega, vuoi per le pressioni, o per le diatribe societarie e l’assenza di un managment forte, in grado di proteggere il gruppo dalle distrazioni esterne.

Il primo favore a Walton jr, involontariamente, glielo ha fatto l’ex compagno di tante battaglie, Kobe Bryant, ritirandosi e consentendo al baby Coach di avere mano libera, senza dover fare i conti con una presenza tanto ingombrante nello spogliatoio e all’interno del club.

walton kobe

Il resto dovrà mettercelo lui, Luke, trapiantando a Los Angeles lo spirito che si respirava ad Oakland –  magari tralasciando le ultime settimane, quando i Warriors hanno perso la spensieratezza degli anni precedenti, gettando alle ortiche un titolo quasi in bacheca -, restituendo dignità alla franchigia più amata e odiata d’America.

Contrariamente a ciò che ci si potrebbe attendere, dovrebbe esserci poca triangolo nel sistema offensivo che implementerà il nuovo coach, e tutto sommato sarà un bene, visti i risultati ottenuti da chi ha applicato questo tipo di attacco e non si chiamasse Phil Jackson, negli ultimi vent’anni. Da quanto emerge dalle prime dichiarazioni e dai rumors provenienti dai soliti bene informati, Coach Walton dovrebbe costruire un sistema similare a quello di “Golden State”, rifacendosi ai  concetti portati avanti prima da Marc Jackson e ultimamente da Kerr, nella baia. Staremo a vedere, anche se in realtà il Walton tecnico è conosciuto come un players coach, entrato molto in sintonia con alcuni giocatori, primo tra tutti quel Dreymond Green che grazie alla sua presenza ha compiuto steps notevoli, a livello di gioco e di letture – banale ma immediato, pensare ad un lavoro specifico del figlio di Bill -, oltre che sul piano della personalità.

Inevitabile dunque – succede puntualmente in queste situazioni -, che si sprechino già voci secondo le quali i free agent di Golden State potrebbero accasarsi ad L.A., convinti dal loro ex assistant coach. Barnes ed – sich – Ezeli in testa, ma anche in questo caso di concreto c’è pochissimo.

walton splash bros

Lasciando perdere la spazzatura giornalistica, le priorità del nuovo corso saranno il ricreare una mentalità vincente in  una piazza dove negli ultimi tre anni la lettera più conosciuta dell’alfabeto è stata la L , e  donare nuovamente un sistema difensivo ad un team che dall’avvento di D’antoni, ad ottobre 2012, non ne ha più presentato uno dignitoso sul parquet.  Compiti tutt’altro che semplici, intendiamoci, oggi a Walton viene chiesto una sorta di miracolo, visto e considerato che l’obiettivo dichiarato della franchigia è accedere ai playoff, dopo tre anni di assenza, e superare quantomeno un turno nella prossima post-season. Follia. Ma è il destino di chiunque abbia l’onere e l’onore di sedersi sulla panchina nobile dello Staples Center, ruolo insidioso di per sé, reso ancora più complicato dal dover convivere con un front office inadeguato ed incapace. Bisognerà ovviare a questa situazione e lo si potrà fare approfittando di un cap semideserto e sfruttando la seconda pick assoluta al prossimo draft, cosi da stravolgere in positivo l’assetto e il valore del roster attuale. In attesa che, tra 12 mesi, Jeanie Buss decida finalmente di dare il benservito al fratello e al Gm Mitch Kupchack, per riconsegnare i Lakers nelle mani di una figura all’altezza del ruolo. Sarebbe troppo facile dire Phil Jackson, compagno di vita di Jeanie e in uscita da NY, legandolo alla scelta di Walton coach, anche se non esistono dati oggettivi o segnali determinanti per pensare – al momento – a tale scenario.

walton shaw phil

L’unica certezza odierna, è che Luke Walton sarà in prima linea per la prima volta nella sua vita, nella sua carriera. Dopo aver vissuto all’ombra del padre, all’ombra dei compagni più considerati – Kobe, Shaq, Gasol, Odom, ecc.. – e di Kerr, nei recenti panni di assistente ad Oakland, il prodotto da Arizona dovrà confrontarsi con le luci dei riflettori, e tanto per gradire, gli toccherà farlo nella sua Los Angeles con Hollywood sullo sfondo, non proprio la situazione meno priva di pressione che si potrebbe immaginare per un rookie dell’Head coaching.

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Evidentemente, a 36 anni è arrivato il momento di camminare con le proprie gambe, e accettando la panchina dei Lakers, nonostante i consigli del padre andassero in tutt’altra direzione – Bill ha pubblicamente invitato il figlio a rimanere nella baia, per evitare la pressione e le responsabilità che ne sarebbero derivate -, Luke ha deciso di “smarcarsi” definitivamente dal cognome che tanto l’avrà anche aiutato, ma soprattutto oppresso, negli anni del College e della carriera Pro. Giusto per ricordare a tutti, e ad una persona in particolare, che no, “he’s not Bill Walton.”

walton and wife

Concludo con una chicca per gi amanti del Gossip: la signora Walton, al secolo Bre Ladd, è una bella bionda ex star della pallavolo ad Arizona University, lo stesso ateneo frequentato anni prima dal  marito.  Faccia da attore, ricco, famoso e con una moglie avvenente al suo attivo: se riuscirà a riportare in alto questi Lakers, Luke potrà tranquillamente candidarsi alle prossime presidenziali, magari per ritrovarsi di fronte a Shane Battier – già impegnato in campo politico -, proprio come nella epica finale del Torneo Ncaa 2001.

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La chiusura del cerchio perfetta. O meglio, dell’Anello, una parola che a Los Angeles è sempre stata familiare e tale dovrà tornare.

Marco Brignoli
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12 thoughts on “I’m @notBillWalton

  1. Luke ti ringrazio,almeno spero di vedere una pallacanestro offensiva decente e non la porcheria degli ultimi anni propinata dal Barone…che come diceva correttamente Vismara ha lasciato le macerie nella fase difensiva,quella su cui bisognerà lavorare maggiormente.Lo stesso Ingram,se arriva,è leggerino e non penso che da subito possa far la differenza nella nostra metà campo.
    Nell’intervista di presentazione meravigliosa chicca su Bill che consigliava Luke di non fare il coach per il suo stile di vita..a breve vedremo Bill a bordo campo con la tshirt lacustre.Stretta,ovviamente.Daje Luke

  2. Ah, grazie a tutti, naturalmente. Come Caniggia farò fatica a dimenticare il nostro amato Barone XD
    Non ha mai fallito un obiettivo, Scott, gli si chiedeva e gli si forniva la M…. e quella ha prodotto e restituito, in abbondanza. Adesso tocca a Walton, e a lui si chiede di vincere, anzichè perdere, non esattamente la stessa cosa.
    Good Luck, Luke.

  3. Io, a differenza di Dario Vismara, credo che l’arrivo di Walton e Ingram porterà da subito quei miglioramenti difensivi di cui i Lakers hanno tanto bisogno, anche se il talento a pacchi lo abbiamo in attacco.
    D1,Ingram e Randle (talento scarso, ma fisicamente impressionante) hanno solo bisogno di due veterani vicino (spostando JC5 a sesto uomo) per portare LA a essere competitiva, prendessimo nella FA De Rozan e Whiteside, in una conference in cui HOU E DAL stanno smobilitando, a UTAH manca il centesimo per apparare la lira, PHX e MEM sono in mezzo al guado (e forse anche il guano) la possibilità, con quei due innesti, un gioco più aperto di quello chiuso e statico della mummia (Lakers primi per ISO nella Lega…) mi rende fiducioso.
    Certo la FA è fondamentale, almeno un All Star DEVE arrivare a LA, con soldi a pacchi e un progetto serio il pallino è nelle mani del duo Mitch-trota, ci portassero almeno uno buono e ci divertiamo. Finalmente.

    1. E io sono d’accordo con te, Venerabile. Tutto passa dalla Free agency e dalle scelte di questa notte….non mi fa paura il livello della western conference, ma quello cerebrale del magico duo. :D

      1. Yes, a me piace JC5, imparasse a difendere (difetto in comune con D1) sarebbe un bel giocatore davvero.
        Randle è cestisticamente quanto di più simile a una capra vista su un campo di basket, ma il fisico l’aiuta tantissimo, direi che in questo momento sono altri i ruoli scoèperti chwe mi preoccupano, ma se c’è da scambiarlo per qualcuno buono lo accompagno io personalmente alla porta.

  4. Ottimo pezzo come sempre Jay, complimenti. :-)
    Speriamo che Luke possa dare quella ventata di giovinezza e novità che a LA manca da troppo ormai.

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