The King is gone, long live the King

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Questa frase, evocativa, poetica e persino un pelo melodrammatica, compariva nel Maggio del 1997 a Manchester, mentre i tifosi dello United salutavano uno dei calciatori più geniali della storia, Eric Cantona, unico regnante francese in terra britannica.

Tim Duncan, in una lega che spesso riserva ai suoi interpreti soprannomi altisonanti, anche se talvolta meritati o giustificati solo in parte, non è mai stato chiamato Re nella sua lunga e incredibile carriera sportiva.

Dunque perché iniziare questo articolo con una frase del genere?

La storia di Duncan nella NBA è nota a tutti. Ex nuotatore proveniente dalle Isole Vergini, arriva nella lega, e più precisamente a San Antonio, come prima scelta assoluta del draft del 1997 dopo 4 anni fantastici a Wake Forest, dove dimostra, come farà poi anche nel basket professionistico, tutto il suo spessore, umano e sportivo.

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Vince il premio di Rookie of the Year e si concede il primo anello, impreziosito dal premio che porta il nome di Bill Russell, nel suo anno da Sophomore (primo della storia a riuscirci).

Tutto il resto è purtroppo ormai storia, e il suo palmarès, il giorno del ritiro, contiene 5 titoli NBA, 2 premi MVP, 3 Finals MVP, 15 convocazioni all’All-Star Game, 15 apparizioni nell’All NBA First Team e 15 nell’All NBA Defensive Team ed un Bronzo Olimpico con Team USA ad Atene 2004. Se questi titoli non bastassero a definirlo, ecco qualche numero:

-14° All time per punti segnati (26496)

-6° All time per rimbalzi (15091)

-5° All time per stoppate (3020)

-5° All time per doppie doppie (841)

Detiene inoltre, il  record per numero di vittorie in Regular Season con una singola squadra (1072) e la percentuale più alta di vittorie con una singola squadra (71% in carriera) tra gli atleti di TUTTI gli sport professionistici. Nei playoffs, quando si decideva una stagione, Duncan è stato ancora più devastante, unico di sempre a superare i 9000 minuti giocati, secondo di sempre per partite giocate (251), primo per stoppate e doppie doppie (568/164) e terzo per rimbalzi (5172).

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E’ stato l’unico giocatore della storia a vincere un anello in tre decadi differenti, dimostrando che oltre a cambiare il gioco è riuscito anche ad adattarsi al cambiamento dello stesso, per creare la miglior macchina bellica possibile e portare la sua compagine alla vittoria. Infatti, rispetto al Duncan degli inizi, gli anni ci hanno consegnato un giocatore ancora più maturo, intelligente, affamato e conoscitore dei punti di forza e di debolezza dei suoi compagni di squadra, dei suoi avversari e di se stesso, arrivando al culmine con il titolo capolavoro del 2014, le cui Finals, da parte degli Spurs, rappresentano, per chi scrive, una delle interpretazioni più maestose, oltre che vincenti, del gioco del Basket.

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Se per definire Tim Duncan un sovrano non bastassero tutti i numeri che avete appena letto (che, tra l’altro, in una realtà diversa da San Antonio avrebbero potuto essere ancora più roboanti, seppur a discapito di vittorie), se non bastasse il dominio costante esercitato in 19 anni di carriera, se non bastasse la guida ferma delle sue truppe, se non bastasse l’aver dato inizio ad una dinastia (“It all starts with Timmy” RC Buford, GM di San Antonio), a definire Duncan come Re penso sia stata la sua naturalezza nell’esercitare il suo potere.

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Ha inserito, con la ferma gentilezza che lo contraddistingue, oltre al suo basket, la sua interiorità  dapprima all’interno della franchigia texana, contribuendo a creare un sistema talmente funzionale da essere persino sottoposto a studi e ricerche da economisti ed antropologi, e poi, di conseguenza all’interno di tutta la lega e del gioco del Basket in sé.

Ha sempre e solo regnato a modo suo, senza voler esser protagonista, senza annunci sensazionali e telenovelas, senza eccessi e cattivo gusto e forse, senza puntare a diventare la più forte PF di tutti i tempi, cosa che poi, a conti fatti, è avvenuta. Cestisticamente parlando, il soprannome “The Big Fundamental” è semplicemente perfetto per descriverlo in campo.

Non conosco personalmente Tim, almeno non ancora, ma da quel che ci ha lasciato intravedere di sé e da come ne parla chiunque ci abbia avuto a che fare, sono certo che sia “The Big Fundamental” anche per le cose della vita. Una persona intelligente, che lavora duro e va sempre al sodo per arrivare all’obbiettivo, senza paura di sporcarsi le mani o di mostrare vulnerabilità ai suoi compagni.

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E dopo aver abdicato sottovoce, con la solita discrezione e compostezza, il regno sarà pronto ad affrontare nuove sfide e a combattere nuove battaglie, grazie al terreno fertile e alla testimonianza di saggezza lasciata dal Re, sotto la guida del Principe Kawhi e degli alfieri del Re, rimasti per l’ultima guerra.

Dunque, questo breve articolo inizia con “THE KING IS GONE, LONG LIVE THE KING”, nonostante Duncan non sia mai stato definito palesemente come il regnante, e nonostante non vi sia un singolo punto di contatto, che non sia il genio, con Eric Cantona, perché come i supporters dei Red Devils nel 1997 l’amara notizia del ritiro impone di salutare chi ha detenuto il potere nella NBA degli ultimi 19 anni, e, ancora una volta come il popolo dell’Old Trafford sentiamo tutti il bisogno di urlare a squarciagola “LUNGA VITA AL RE”.

THE BIG FUNDAMNETAL IS GONE, LONG LIVE THE BIG FUNDAMENTAL

Andrea Degli Esposti
MettaWorld Degli

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9 thoughts on “The King is gone, long live the King

  1. Bel ritratto di uno dei giocatori che più ho ammirato nei 30 anni in cui ho seguito la Nba. Ottimo il riferimento a Cantona, che tra parentesi smise proprio nell’anno in cui TD entrava nel mondo dei grandi del Basket. Ci mancherà tantissimo, ma lo ringrazio per aver posto fine all’agonia di vederlo in queste condizioni. We love you, Timmy..

  2. Immenso Tim, totem della Lega per tanti anni, alter ego di personaggi più rumorosi come Kobe e Shaq. Sarà una Lega diversa senza di loro, più povera sicuramente. Complimenti a Degli per il pezzo.

  3. La migliore pf di sempre, paradossalmente ritirandosi lui finisce anche l’epoca delle pf da post-basso e mid-range. Giocatore unico e irripetibile, la NBA perde un’altro totem dopo l’addio di Kobe e questo è un male per chi come me ha qualche anno in più…

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