#NBAXmas: the Christmas Day recap!

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Boston Celtics @ New York Knicks 119-114

Il Natale NBA inizia a New York, dove i padroni casa affrontano la franchigia più vincente della storia NBA, i Boston Celtics. Sfida interessante, – oltre che per la storia ed il fascino delle due contendenti – dal punto di vista tecnico, poiché sono di fronte la terza e la quinta forza della Eastern Conference.

Prove di playoff sotto l’albero al Madison Square Garden ed i tifosi, che si aspettavano una gara punto a punto, non sono rimasti delusi. Da sottolineare la diversità dei due impianti di gioco a confronto: quello di New York, basato sui Big 3, contro quello di Boston che distribuisce il gioco in maniera fluida non privilegiando nessun giocatore in particolare, salvo qualche zingarata concessa al piccolo grande uomo Isaiah Thomas.

Un primo tempo godibile, che scorre via senza particolari sussulti salvo tre triple consecutive di un sempre più solido Crowder, che regalano il +8 con il quale i Celtics vanno al riposo. Rose si trova bene nel ruolo di attore non protagonista e segna canestri difficili a ripetizione, anche se con meno esplosività di un tempo.

Boston Celtics at New York Knicks 119-114
Boston Celtics at New York Knicks 119-114 (NBA.com/NBAE via Getty Images)

E poi c’è lui: the Unicorn, Kristaps Porzingis. Unico ed Unicorno perché un 220 centimetri come il lettone non si era mai visto. Porzingis è un caso irrisolto e irrisolvibile per tutta la Lega, i numeri – ottimi – non rendono giustizia all’impatto sulle sorti della squadra di questo scherzo della natura che sta cambiando la concezione del gioco sui due lati del campo. Horford ad inizio terzo quarto lo scuote con una schiacciata da Top 10, facendo capire a tutto il pubblico chi è la squadra più forte. Melo non ci sta a fare da comprimario e prende in mano la pratica, giocando un terzo quarto dei suoi e riporta sotto di sei i Knicks.

Il quarto quarto diventa una sfida punto a punto dal sapore antico. Boston gioca un basket fantastico con spaziature meravigliose, arrivando sempre ai tiri che vuole e facendo impazzire la difesa di casa; dall’altra parte siamo al due vs tutti, ma il risultato non cambia e la partita è sempre più godibile, sia per il pubblico che per chi la segue in TV.

Sul -6 a 3 minuti dalla fine Porzingis spara un tripla incredibile ed un and-one che riportano la partita in parità, facendo esplodere il Madison. 112 -112 palla a Boston. Ancora un’esecuzione da manuale che libera Horford sul lato debole, pronto ad attaccare il canestro: l’ex Hawks legge l’aiuto della difesa e scarica per Smart, che sigla la tripla del +3.

Hornacek ferma la partita e disegna il solito tiro da tre per Melo ed il prodotto di Syracuse – che ci ha abituato sopratutto a Natale a scollinare i 30 (in questo momento il tabellino recita 29) – si isola in post alto e forza un tiro che si spegne sul secondo ferro, ma la palla resta nelle mani di NY. Stesso punto stessa giocata, ma stavolta il cambio difensivo porta sulle sue piste Avery Bradley, ovvero uno dei migliori difensori sugli esterni di tutta la lega. Melo cerca ancora la tripla, ma le mani veloci del #0 biancoverde lo costringono ad una palla persa e praticamente alla fine della contesa.

Come premesso, la sfida tra un sistema – con la mina Thomas – e tre presunte superstars, con qualche compagno non all’altezza del palcoscenico, questa volta ha visto prevalere il primo. Non è detto che in un prossimo futuro l’esito debba essere lo stesso, soprattutto se Anthony completerà- a 32 anni suonati – il processo di trasformazione del suo gioco, lasciando più spazio ai compagni. Squadre comunque che rivedremo ai Playoff, dove realmente capiremo se saranno in grado di togliere ai Raptors la finale dell’Est… e qui ci fermiamo, perché i Campioni del Mondo giocano un altro sport.

MVP della gara è Smart, autore della la tripla decisiva, ma anche di una partita solidissima sui due lati del campo.

Box Score ESPN

Roby

 

Golden State Warriors @ Cleveland Cavaliers 108-109

Anche gara 8 è dei Cavs.

Una delle partite di Natale più emozionanti degli ultimi anni – primo appuntamento stagionale tra le ultime due finaliste, reduci dalle sette durissime battaglie di Giugno – è andata  in scena nel prime time italiano, sostanzialmente l’ora di pranzo americana. E contestualmente, la NBA è  tornata ad essere trasmessa in chiaro nel belpaese, dopo 18 anni di assenza – dal The Shot di Jordan, commentato (sic) da Guido Bagatta -, grazie alla scelta di Sky Italia di donare a tutti i cittadini italiani il godimento che normalmente è appannaggio unicamente dei suoi abbonati.

Insomma, le premesse c’erano proprio tutte e neanche a farlo apposta ne è venuta fuori una partita “for the ages”, con tutti gli ingredienti possibili ed immaginabili, compreso il pepe del canestro vincente di Kyrie Irving a pochi secondi dalla sirena finale ed il giallo di un fallo non fischiato su Kevin Durant, tale da stravolgere l’esito dell’incontro, se sanzionato.

Come da copione dunque, finale thrilling in perfetto stile italiano, con tanto di caso da moviolone, fortunatamente senza Aldo Biscardi.

Ma andiamo con ordine.

Golden State Warriors at Cleveland Cavaliers 108-109 (NBA.com/NBAE via Getty Images)
Golden State Warriors at Cleveland Cavaliers 108-109 (NBA.com/NBAE via Getty Images)

Cleveland Cavaliers e Golden State Warriors,  s’erano date appuntamento al  25 dicembre, per una sorta di resa dei conti dopo le pirotecniche, per certi versi storiche Finals 2016.

In un’epoca NBA dove il bipolarismo sta prendendo piede come e più che nei mitici anni ’80 della rivalità tra Celtics e Lakers, anche una partita di Natale diventa un’occasione per misurarsi, annusarsi e capire cosa potrebbe accadere in tarda primavera. Si, perché al netto di infortuni serissimi alle rispettive superstars, non è un segreto che, con buona pace dei San Antonio Spurs – unica alternativa credibile, anche se non eccessivamente -, le chances che nel prossimo mese di Giugno si assista ad un terzo atto della Rivalry NBA del nuovo millennio rimangono elevatissime. E visto lo spettacolo offerto nella notte di Santa Claus, non è che a noi spettatori, tifosi e appassionati, ma soprattutto alla NBA, con Silver (e Stern) in testa, la cosa dispiaccia più di tanto.

Quella disputata ieri, infatti, è stata una delle più avvincenti Christmas Game della Storia NBA, preludio di quanto potremmo rivedere in futuro ma soprattutto una sinistra replica – sinistra per chi ha dovuto soccombere ancora una volta, in particolar modo – della famigerata, celebre gara7 di 6 mesi fa.

I Warriors c’hanno provato a portarsela via, LeBron non l’ha lasciata scappare e Kyrie Irving l’ha vinta e determinata. Con Curry, Thompson, Green – e adesso anche Durant – a cedere mestamente il passo, ancora una volta. Banalizzando, potremmo riassumerla cosi, ma c’è stato molto di più, a livello tecnico.

Del risultato, di com’è finita e dell’andamento del match ne hanno parlato persino su Marte, per cui preferiremmo non accodarci e limitarci ad analizzare cosa questo Christmas Game ci ha detto e quali saranno le ripercussioni, in ottica futura per le due franchigie, ammesso che ve ne siano. Non dimentichiamoci mai, infatti, che quel che succede a Natale rimane qualcosa di a sé stante. Per informazioni chiedere ai Lakers dei titoli.

Tutto parte da Cleveland. I campioni del mondo si sono trasformati definitivamente nella famosa gara….5 (errore, non gara7 come si potrebbe credere) di finale e da allora non hanno più commesso un passo falso. Possono tirare male, anche malissimo – percentuali al di sotto del 40% nel primo tempo, addirittura vicine al 30 nel primo periodo -, ma non perdono mai fiducia e non smettono mai di seguire il loro piano partita.

Il quale difensivamente continua a prevedere una pressione incessante su Curry, portandolo alla frustrazione e alla mancanza di fiducia non tanto del 30 in sé stesso, ma da parte dei propri compagni e dello staff tecnico. 11 soli tiri in 37 minuti sono il segnale che Steph non attraversa il momento più brillante della sua carriera – eufemismo – e nel suo piccolo, la partita di ieri sera è stata una sorta di fotocopia delle Finals. Il mantra rimane lo stesso: togliere dalla partita Curry per colpire tutti i Warriors, un po’ la strategia di Myca nel “Corvo”, quando per colpire Eric Draven feriva il corvo che ne rappresentava il potere soprannaturale. Con Lebron-Topdollar a godere delle difficoltà del rivale.

Ai Warriors sta succedendo esattamente la stessa cosa ed una volta infilato il tunnel del dubbio, non ne sono più usciti. La Golden state del titolo 2015, quella delle 73 vittorie e dei record su record, si è intristita e fatica a riemergere, nonostante si sia regalata in estate l’innesto di KD. Come se avere a roster i due migliori tiratori della Lega non fosse sufficiente e mettere le mani sul terzo, sarebbe servito per dimenticare le proprie disavventure.

Obiettivo raggiunto? Dal risultato si direbbe di no, in realtà si tratta di un “ni”. Per tre quarti e mezzo, ieri sera si è avuta la netta impressione che il cambio della guardia tra Harrison Barnes e Kevin Durant abbia sparigliato le carte, rendendo meno dannosa se non quasi ininfluente la politica anti-Curry. I Cavs intendono mettere fuori partita il due volte MVP? Nessun problema, palla a Kd e Steph in disparte, consci che nessuno in uno contro uno possa fare il solletico all’ex 35 dei Thunder. Non è un caso che KD sia stato il top scorer di serata e per 40 minuti su 48 anche il lampante Mvp.

Entrando nel quarto quarto, raggiunto un vantaggio di 14 punti si sono verificati  tuttavia due eventi letali per la squadra di coach Kerr: Golden State ha smesso di eseguire e far girare palla, accontentandosi delle iso per Durant che la stava vincendo da solo, ed una volta rientrati i padroni di casa, i Warriors non hanno più saputo resettare, eseguire il più classico dei “push the button” per riaccendere il motore del loro inarrestabile attacco.

Il secondo dato che lascia poco sereni ad Oakland è la conferma che nessuna lezione al momento è stata appresa, dalla scoppola subita in Finale: la rimonta senza precedenti da 1-3 a 4-3 di Cleveland, con tanto di Gara 7 sulla baia, lasciando appesi i palloncini gialli e blu preparati per i festeggiamenti (chi volesse leggere un riferimento, no,  non è puramente casuale) è ancora viva nelle menti dei californiani, ma il lutto non è ancora stato superato, né il problema riconosciuto.

Nulla infatti ha imparato Dreymond Green, che seguita a giocare 48 minuti sopra le righe, con tutto quel che ne consegue di negativo e positivo. Va benissimo quando segna canestri fondamentali nel finale di gara, o mette a referto 16 punti tirando con l’80% scarso, ma è molto meno confortante se viene coinvolto in continui trash talking  con gli avversari, col pubblico e con le panchine, oppure quando già nel primo quarto riesce a farsi appioppare un tecnico evitabile, o ancora rischia il quarto fallo nel secondo quarto di gioco, rischiando di compromettere la sua gara precocemente. E’ lo stesso Green che venne squalificato in Gara 5  – d’accordo, con una porcata della NBA, la prima sanzione a richiesta della Storia -, lasciando a piedi i propri compagni nella gara del matchpoint per il titolo, costringendoli alla roulette russa della Gara 7 citata e stra-citata ad ogni livello.

L’altra nota negativa è Steve Kerr. La sua conoscenza della pallacanestro e la sua intelligenza non sono in discussione, ma anche nella sconfitta di ieri è parsa evidente la sua correità, l’incapacità e la lentezza nel comprendere che la situazione stava sfuggendo di mano. Nessun aggiustamento su un Kyrie Irving che stava mandando in frantumi il Natale dei Warriors, quantomeno per togliergli la palla dalle mani ed eventualmente farsi battere da qualcun altro. La scelta è sempre la stessa: noi siamo questi e ce la giochiamo cosi, fino alla fine. Perdendo, naturalmente. Come per la tripla di Gara 7, anche il fadeaway a 3.4 secondi dalla fine poteva essere evitato, qualcosa che era nell’aria e che qualcuno più scaltro avrebbe cercato di impedire.

Poi quei canestri devi metterli, non a caso ti chiami Kyrie Irving, sei stato scelto alla numero uno di un draft al quale partecipavi dopo 4 mesi fermo al box per un grave infortunio al piede e sei stato scelto da uno dei più grandi campioni contemporanei per accompagnarlo sulla strada della gloria. E non in ultimo, scelto da un altro fuoriclasse, Kobe Bryant – toh, questo nome non ci giunge nuovo -, per tramandare il suo sapere offensivo, soprattutto in post basso. Non è un caso che quell’ultimo tiro arrivi in quella posizione del parquet e non con il classico jump shot targato Irving.

La sensazione più forte, nel post-gara rimane quella: i Warriors sono insuperabili per talento, esecuzione ed anche improvvisazione, ma una volta infilato il classico granello di sabbia nell’ingranaggio, non sono cosi pronti a reagire. Il sistema offensivo meno difendibile degli ultimi 30 anni, non può ridursi ad un’infrazione di 24 secondi nell’azione decisiva della gara o in una brutta ricezione per KD nel possesso della disperazione. Significa che hai perduto le tue certezze, purtroppo per Golden State, non da ieri sera.

Klay Thompson finisce nel fotogramma simbolo, dalla parte sbagliata –  è lui il marcatore di Irving sul tiro della vittoria del #2 -, ma questo non toglie niente alla sua performance strabiliante. Mostruosa per capacità di difendere sull’attaccante più pericoloso e per punire sistematicamente col catch & shoot dall’angolo. I suoi 24 punti valgono più di quello che dicano, senza lui ed il KD inarrestabile registrato tra fine terzo ed inizio quarto quarto, i Warriors nemmeno sarebbero arrivati ad un finale punto a punto.

Mentre i Cavs fanno forza su uno strapotere fisico – i 18 rimbalzi offensivi contro 5 pesano come un macigno –, che consente loro di non fare mai canestro nei primi 24 minuti e rimanere comunque a contatto (se si eccettua il -11 registrato sul 38-49 dal quale LeBron e soci sono rientrati nel giro di due minuti, operando il contro break 12-1 che ha appaiato le due contenders a quota 50), i Warriors non possono permettersi pause o flessioni, perché pagano puntualmente il conto. Con Iguodala sono solo cinque i Warriors a garantire affidabilità massima e resa ottimale, anche nei momenti più complicati. Troppo pochi, se paragonati ai Cavs che pur colpiti dalla perdita di Chris Andersen e Mo Williams per la stagione, oltre a quella di Jr Smith nei prossimi 3-4 mesi, riescono sempre a trovare la risposta giusta al momento opportuno.

Lasciando da parte James e Irving, il fenomenale (a suo modo) Tristan Thompson o l’altro componente dei Big Three, Kevin Love, c’è sempre uno Shumpert, un Frye o un Richard Jefferson di turno che riesce a fare la differenza, sotto pressione. Un Rich J che ha spadellato per tre quarti ed è stato umiliato da Durant per lo stesso periodo di tempo, entrando nel quarto decisivo, è stato capace di incidere e determinare, da ex all star e veterano navigato qual è. Una sua schiacciata ha restituito morale ed inerzia ai suoi Cavaliers e la sapiente difesa degli ultimi possessi ha fatto il resto.

Livingstone, per fare un nome dall’altro lato della barricata, avrebbe i mezzi per essere il Jefferson di Golden State, ma ad oggi non ha mai dimostrato di poterlo fare. Se non nei blow out o nelle partite casalinghe già bene indirizzate.

O salgono di colpi gli uomini della second unit o i Warriors dovranno tornare sul mercato, non per comprare altre figurine ma per immettere nel loro sistema un paio di giocatori di complemento che diano garanzie, al posto del downgrade Pachulia (sostituto teorico di Bogut, con risultati rivedibili) o del Clark di turno.

Nel frattempo, onore ai Cavs, ad un superbo Irving (7 steals, 10 assist, 6 rimbalzi e 25 punti, 14 dei quali nell’ultimo periodo) e ad un solidissimo – a tratti straripante – Lebron James da 31 punti e 3 triple a segno nel solo terzo quarto.

La prima battaglia l’hanno vinta loro, ma per la guerra niente ancora è perduto. Tra una partita di regular season e almeno altre sei di playoff, potrà essere emesso un verdetto che oggi risulterebbe oltremodo prematuro.

Box Score ESPN

Jaywill_22

 

Chicago Bulls @ San Antonio Spurs 100-119

La vittoria Spurs contro i Bulls per 119-100 non è praticamente mai stata in discussione: l’avvio fenomenale degli uomini di Pop e la chiusura del primo quarto sul 36-25 per i neroargento erano stati un chiaro segnale di forza. I texani sono sempre stati in controllo per tutto il match, nel loro primo Christmas Game vinto dal 2008 ad oggi.

Il mattatore della serata è stato LaMarcus Aldridge, rebus irrisolvibile per la difesa dei Bulls: con il range di tiro troppo elevato per essere contrastato efficacemente da Lopez e troppo rapido nell’esecuzione per Gibson, l’ex Blazers ha chiuso con 33 punti totali, 9 rimbalzi e 1 assist. Ma la perla della serata sono stati i suoi primi 11 tiri, tutti regolarmente a segno; chiuderà con un totale di 15/20 e soprattutto con una eFG% di .750.

Decisivo per San Antonio è stato anche il contributo del solito e non sorprendente Kawhi Leonard, 25 punti in scioltezza (la sua true shooting percentage per la partita è di .0713) e una solida presenza minacciosa nella propria metà campo; ovviamente il migliore in difesa per la sua squadra, con un DRtg di 100 (un punto concesso a possesso, su 100  attacchi avversari). Pau Gasol ha fatto un buon lavoro sia difensivamente che offensivamente segnando 12 punti con un ORtg di 145, dietro solo al mostruoso 148 di LMA.

Dalla panca gli Spurs hanno potuto contare sull’ottimo impatto di Lee (9), sull’intimidazione di Dedmon e su un Jonathon Simmons sempre energico. Questa volta Pop non ha utilizzato molto Davis Bertans, giocatore che dal pino (vedasi match con Boston) ha sempre garantito pericolosità – anche perimetrale- e difesa solida.

Chicago Bulls at San Antonio Spurs 100-119
Chicago Bulls at San Antonio Spurs 100-119 (NBA.com/NBAE via Getty Images)

Il quintetto titolare Bulls è affondato completamente, impietoso il +/- negativo per tutti i componenti dello starting five: menzione in particolare per il disastroso Robin Lopez (- 26). Wade ha messo a referto 24 punti , con una TS% di 0.659. Incredibile a dirsi, il miglior DRtg dei Bulls fra i titolari è di Rondo (124 punti concessi ogni 100 possessi avversari), e se Butler segna 19 punti, Leonard rimane ad un livello superiore al suo: l’ex Aztec ha infatti punito con efficacia dall’arco la discreta difesa di Butler.

Le triple di Mirotic dalla panca, ossigeno per i Bulls nel secondo quarto, sono servite a poco: l’ex Real Madrid – impiegato oltre 32 minuti -, come parzialissima consolazione, chiude con il miglior DRtg dei suoi (119). Curiosamente, entrambe le squadre hanno attaccato con lo stesso “pace”  (92,9): in stagione i Bulls hanno il 24esimo posto in questa speciale classifica (94,5), gli Spurs addirittura il 26esimo (93,9). Anche se far girare la palla è più importante che far correre i giocatori: 30-20 il conto finale degli assist per i neroargento.

Gli Spurs vincono di misura anche il confronto fra produttività della panca (30-29), punti segnati in contropiede (14-10) e punti in pitturato (50-44) ; tirano meglio da 3 durante il match (9/18,  per Chicago 7-18) e in generale concludono meglio dal campo (56,5 vs. 45,3). L’eFG% di squadra totale è di .618, mentre per i ragazzi di Hoiberg si ferma a .494.

 

Box Score ESPN

Alessio Mannarelli

 

Minnesota Timberwolves @ Oklahoma City Thunder 100-112

Santa Claus fa tappa ad Oklahoma City, dove i giovani Minnesota Timberwolves affrontano la squadra del re delle triple doppie, Russell Westbrook.

La tradizione vuole che se sei stato buono, riceverai i doni desiderati, mentre chi si è mal comportato finirà per passare un Natale poco felice. Nel riscaldamento pre-gara, durante Chicago @ San Antonio, la regia si sofferma su Westbrook che tenta una tripla fuori dal campo, segnandola senza problemi. Tutto normale se non fosse che subito dopo il ciuff della retina, il buon Russell si fionda ridendo negli spogliatoio gridando a squarciagola “Thank You Kyrie”.

Russell a fine partita ha negato il tutto, dichiarando di riferirsi alla figlia del Coach Joe Sharpe, Jayme. Ad ogni modo la rivalità col #35 è un combustibile che arde forte nel cuore di Westbrook e gli dà le motivazioni per continuare a superare i propri limiti. Viaggiare con una tripla-doppia di media è surreale, così come lo è vincere praticamente da solo diverse partite che sulla carta in tanti ritenevano proibitive.

Dall’altra parte abbiamo una squadra giovane, forse troppo, con tre talenti che ancora non riescono a perfomare in simbiosi. Si tratta di un progetto a lunga scadenza che prima o poi dovrà dare i suoi frutti, anche se pare che Tom Thibodeau stia valutando se rinunciare a qualche giovane in cambio di veterani che possano portare esperienza e vittorie. Non a caso in estate si è parlato di Jimmy Butler ed ultimamente anche del suo “figlioccio” Deng. Il core è ottimo, ma per incrementare la casella delle W potrebbe essere necessario rinunciare ad elementi come Jones o Bjelica.

OKC è priva di Oladipo, ma nessuno se ne accorge. Westbrook detta i tempi della gara ma parte piano, sbagliando molto, permettendo a Minnesota di stare in partita con i soliti ottimi spunti di Towns e Wiggins. Quando decide di mettere la quarta, finisce tutto in fretta.

Il prodotto di UCLA non realizza una tripla doppia per soli tre rimbalzi, ma mette a referto 31 punti e 15 assist. Un ciclone che travolge il povero Rubio – che evidentemente non è stato buono nel 2016-, a cui Santa Clause regala un Natale da incubo sulle piste del #0. Inoltre Minnesota non segna praticamente mai dall’arco e questo nell’NBA moderna equivale a sconfitta certa.

Minnesota Timberwolves at Oklahoma CityThunder 100-112
Minnesota Timberwolves at Oklahoma CityThunder 100-112 (NBA.com/NBAE via Getty Images)

OKC trova punti facili sotto i tabelloni con Adams e Kanter oltre alle triple insperate di Abrines, bravo a farsi trovare pronto. La partita non ha più senso, se mai l’avesse avuto ed il +12 finale non dice abbastanza sul divario che si è registrato tra le due contendenti.

Un ottima squadra futuribile non può niente contro una stella di prima grandezza, questo è un dato di fatto. In NBA le superstars determinano i risultati e chi le ha, semplicemente vince. Stare a parlare di sistema con uno che non puoi marcare è riduttivo. Se ti batte sempre dal palleggio e crea puntualmente un tiro facile per i compagni, devi solo sperare che i tiri non entrino o che lui vada fuori giri, altrimenti hai perso. Per Minnesota c’è poco da aggiungere: troppo presto per vincere, troppo presto per giudicare i giovani e forse troppo tardi per intervenire sul mercato.

Finale 100-112, mentre per l’MVP della gara e  – perché no? – della stagione, c’è solo un nome. Dai, lo sapete benissimo di chi sto parlando.

Box Score ESPN

Roby

 

LA Clippers @ Los Angeles Lakers 102-111

Game Recap #34 Los Angeles Clippers @ Los Angeles Lakers 102-111

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5 thoughts on “#NBAXmas: the Christmas Day recap!

  1. Sono d’accordo con con entrambi: se l’approccio continua ad essere questo, rischiano di prendere uno schiaffone enorme alle Finals – tipo il nostro contro i Pistons – e far spalancare ancora di più le porte della Storia NBA a LeBron ed i Cavs dopo il suicidio – e chiudo qua – delle scorse Finals. Sotto sono messi maluccio, hanno bisogno di una bestiolina, di un corpo che dia qualcosa altrimenti soffriranno sempre T. Thompson o chi per essi.

    Provocazione: quest’Estate, alcuni anziani del mio paese dissero che inserire Whiteside anziché Durant avrebbe dato meno spettacolo ma reso di più (ed in effetti per un periodo si parlò persino dell’arrivo di entrambi sacrificando Iggie.). Voi che ne pensate?

    1. Sarebbe stato tecnicamente molto più logico – Roby sa di cosa parlo, ne abbiamo discusso per giorni -, riportando Green nella sua posizione naturale, dove può rendere meglio e non pagare a rimbalzo offensivo in quella maniera. Poi si sarebbe aperto il problema della sostituzione di Barnes, ma di scorer o tiratori sugli scarichi all’altezza ne trovi tanti – vedi Swaggy -, mentre un centro che ti altera gli equilibri su due lati del campo, c’è penuria incredibile.

      Per me, finchè i Warriors andranno avanti a sbattere la testa sui Cavs, con la death lineup (io la chiamerei dead), faranno sempre la stessa fine, soprattutto sulle 7 partite.
      L’anno prima, vinsero il titolo in quel modo sia per l’effetto sorpresa, sia perchè mancavano Love – esticazzi – ma soprattutto KyRe.
      Con Irving, Love e dei Cavs competitivi, vincere con i piccoletti è mooolto moolto difficile. Per quanto l’anno scorso ci siano andati vicini, ma suscitando sempre dei dubbi (vedi serie con Okc).

      Argomento che meriterebbe molto più tempo e spazio.

      1. Io l’ho rilanciato anche nel Forum :-D

        In ogni caso sicuramente per il rematch ci torneremo, mi auguro per il bene del giochino che Kerr e soci stiano studiando le contromosse, perché il potenziale offensivo che hanno è pazzesco e può essere sfruttato in tanti modi. Comunque non escludo un sondaggio con qualche GM per imbastire una trade che gli dia un lungo credibile.

  2. Sono molto d’accordo sulla disamina della partita tra Cavs e GSW. Complimenti
    La cosa che più mi colpisce è quanto poco GSW abbia imparato la lezione. Non puoi incepparti così tanto se ti si chiede di giocare 5 minuti di pallacanestro più “tradizionale”. I tagli e la circolazione a mille all’ora sono cose bellissime, ma quando sei sopra, a poco dalla fine, un attacco più semplice (avendo dei super interpreti) ad infinitamente più a basso rischio di turn over e di possessi mi sembra una bella idea. E’ arrogante pensare che se giocano come sanno 48 minuti vincono contro tutti; i Cavs hanno dimostrato che possono batterli, che comincino ad adattarsi agli avversari (in questo caso avversario, uno in tutta la lega, sic) come è normale che sia.

    1. Perfettamente cosi. Il bello e il brutto di Curry e soci, di Kerr e soci, è che il quintetto piccolo si usa alla morte e che il passaggio dietro la schiena si fa sul +30 a gennaio, come nel quarto quarto di gara7.
      O cambiano, o rimarranno un Milan di Sacchi: rivoluzionari, straordinari, innovatori….ma vinceranno molto meno – comunque vinceranno, intendiamoci… e hanno già vinto – di quanto avrebbero potuto con una filosofia meno talebana, cestisticamente parlando.
      Insomma, il difetto atavico di chi nel Basket vuole compiere la rivoluzione. Da D’antoni e Don Nelson in avanti, quantomeno questi Warriors un anello a casa lo hanno portato.

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