L’altra Boston: chiamatelo GoaTom

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Dici Boston e pensi ai Celtics. Da sempre, per un tifoso gialloviola, è cosi.

Ora non più, in realtà non solo da ora. Tralasciando Baseball e Hockey, due sport che non puoi seguire con passione senza drogarti – in uno non succede nulla per mezz’ora, nell’altro devi fingere di aver capito dove è andato il dischetto, anche se non ci riusciresti nemmeno con gli occhiali a raggi x -, in America dire Boston significava parlare di quelli là, con maglietta e canotta verde, quelli che vincevano sempre quando la Tv era in bianco e nero e dopo la reunion tra NBA e CBA l’hanno fatto solo un paio di volte in 40 anni…ma noi più di loro. La Boston degli anni ’80 ha avuto il problema di dover convivere coi Lakers dello Showtime, quella della passata decade si è imbattuta nell’ultima versione vincente dei Lakers firmata Kobe e non più Shaq, e visto che ai tempi della divina combo non erano riusciti a regalarci delle Finals stile anni ’80 (facendoci trovare in finale i Nets, sich, non c’è stato nemmeno gusto), hanno riprovato qualche anno più tardi. Battendoci prima e soccombendo due anni più tardi, costretti a vederci festeggiare il back to back a casa nostra, in gara7, cosa che – a loro dire – non era e non sarebbe mai successa.

Ai giorni nostri, duole dirlo, i Celtics hanno saputo rinnovarsi – al contrario nostro -, ed oggi possono legittimamente ambire a tornare in Finale in tempi mediamente brevi, Cleveland permettendo, mentre per noi rimane una chimera tornare a vincere una partita di playoff – 1 vittoria nelle ultime tre serie disputate, nel 2011, 2012 e 2013, se si fa eccezione di un 4-3 ben poco entusiasmante ai danni dei prestigiosi Denver Nuggets al first round – o anche solo il partecipare alla post-season. Quattro anni senza sono un’immensità, figuriamoci adesso che presto diventeranno cinque aritmeticamente. Ma questa è un’altra storia e ve la raccontiamo – ahimè – quotidianamente. Ciò di cui non ci capita spesso di parlare è di Boston, appunto. Ed oggi che tutto il pianeta lo sta facendo – ne parla, ndr -, non vorremmo e non vorrei fare eccezione.

Boston erano i Celtics, fino all’attentato delle Torri Gemelle. Da li in poi, come per un curioso, tragico, scherzo del destino, è nato il mito dei New England Patriots. Patrioti, appunto.

Per i non avvezzi all’NFL – non vi voglio nemmeno conoscere, sia chiaro -, stiamo parlando dei San Antonio Spurs del Football americano, una franchigia che prima contava come il due a briscola e dall’inizio di questo secolo (anziché dalla fine dello scorso, per i nero-argento) ha iniziato a scrivere pagine e pagine di Storia. Dal primo trionfo, datato 2002 a spese dei campioni in carica dei Rams, alla notte appena trascorsa, sono passati uomini e avversari, ma chi è rimasto sempre al suo posto, come Gregg Popovich e Tim Duncan, sono Tom Brady e Bill Belichick. Il fuoriclasse e lo stratega, il campione ed il motivatore, la superstar e l’antistar. A loro modo, due leggende. Da quel calcio da 63 Yards di Adam Vinatieri a New Orleans, al comeback più incredibile della storia dello sport americano – in partita singola, i tifosi di Cleveland non inizino a scartavetrare i maroni -, registrato a Houston, sono passati titoli e cocenti sconfitte, tanti trionfi e (poche) amare delusioni. La costante è sempre stata quella: esserci.

Sempre ai playoff, sempre protagonisti, sempre sulla cresta dell’onda. Il mediatico Tom – con una compagna come Gisele (si, Tom e Gisele, non c’è bisogno di dire altro…c’è gente che non ha visto in vita sua una partita di Football, ma conosce perfettamente la coppia più Glamour del mondo), non esserlo sarebbe stata un’impresa anche superiore a quelle compiute sul terreno di gioco – e l’antidivo Bill, complici dal giorno in cui Brady prese il posto dell’infortunato Bledsoe, per non lasciare più la regia di questo team.

Avremmo potuto raccontare un finale diverso, ma la loro storia, epica la sarebbe stata comunque. Il declino prima o poi arriva, è fatale. Lo sappiamo molto bene noi, prima con Kareem, poi con Magic, Shaq (ha preferito andarsene prima, ma The Diesel non era più lo stesso) e infine Kobe. Non puoi farci niente, quando quel momento arriva, puoi solo prenderne atto.

La scorsa notte sembrava che per Brady, anni 40, fosse arrivato quel momento, il momento di congedarsi. E non ci sarebbe stato niente di male, niente di sbagliato o vergognoso. Ma lui ha detto no. Incurante del punteggio, incurante delle statistiche che riempivano schermi televisivi e social network, incurante del fatto che il suo braccio armato, il grande Gronkoski – chi volesse leggere il riferimento ad un cult del cinema moderno, è sulla buona strada -, fosse sulla sideline a soffrire, come un padre in attesa da ore, fuori dalla sala parto.

Nessuno aveva mai rimontato più di dieci punti in un Superbowl. Nessuno titolo era mai stato deciso all’overtime. Nessuno prima di ieri.

Sotto di 25 punti a metà terzo quarto, soltanto un comico avrebbe potuto avanzare delle pretese sul titolo NFL 2017 e non avrebbe nemmeno fatto ridere. O meglio si, il tifoso dei Falcons che come quello del Milan nel 2005 stava già versando lo Champagne (avrei detto “staccando i palloncini dal soffitto”, ma mi avrebbe procurato una ferita mai rimarginata, a proposito di Boston), più di una risata se la sarebbe fatta, visto che Ryan era già Mvp di fatto e la difesa di Atlanta/Davide stava umiliando Golia/New England, come la Sacra scrittura impone.

Il Football però non è la Bibbia ed il finale ha voluto scriverselo da sé, il Dio Pallone Ovale (rigorosamente con le maiuscole). Edelman ed Amendola hanno iniziato ad assistere il fin li spaesato ed abbandonato a sè stesso Brady, l’offensive line ha smesso di dormire appena in tempo, proteggendo finalmente le azioni del Quarterback e la difesa governata da un grande Hightower ha fatto capire ai Falcons che prima di strappare il cuore ai campioni, devi assicurarti di non averlo sottovalutato, come da celebre adagio.

Un touch down dopo l’altro, da Amendola – o A-men-do-là, detta all’americana –  all’eroe per caso White, il miracolo ha iniziato a trasformarsi in realtà. Da 28-3 a 28-9 – col palo sul punto della trasformazione che avrebbe steso un Bisonte, ma non i Patriots -, dal 28-9 al 28-12 e poi al 28-18, e l’imposizione di dover trasformare da due punti tutti i TD da li in avanti. Detto, fatto, BB studia uno schema che non prevede neppure un tocco di palla per Brady ed è 28-20. Abbiamo una partita, il fumble sùbito da Ryan, la ricezione circense di Edelman e le errate decisioni dello staff tecnico di Atlanta hanno creato un varco e Brady vuole fortissimamente entrarci, forzarlo.

La paura prende il sopravvento, i Falcons ormai sono spariti dal campo e fanno catenaccio, come un Bayern qualunque in una finale di Champions 1999. E già lo sai, perché lo sai, che arriveranno Sheringam e Solskjaer, ma non lo vuoi dire ad alta voce e neppure scrivere, perché temi di poter rovinare tutto. La leggenda va accompagnata, ammirata, goduta, non descritta o prevista.

Gisele in tribuna riceve più inquadrature del Papa la domenica, in piazza San Pietro, ormai anche i network televisivi sperano che accada l’incredibile. In barba al dramma dei Falcons, della Cenerentola che stava diventando una Regina e adesso rischia di essere buttata giù dalle scale, scarpetta compresa.

La meta successiva, quella del primo tabù che cade – mai un supplementare ad un superbowl, ricordate? – è quasi una diretta conseguenza, lo spettatore ci rimarrebbe male se non succedesse. Lo spettatore non di parte, naturalmente, il nostro pensiero continua ad andare al povero tifoso dei Falcons con le mani nei capelli, ma qualcuno direbbe che si tratta di vittime collaterali di una guerra, questa guerra.

Brady si avvicina, macina yards su yards e poi colpisce, col morso del cobra. Pesca White ed è Touchdown.

Il difficile viene adesso, bisogna trasformare per la seconda volta da due punti e l’effetto sorpresa è già stato utilizzato. Ti aspetti magari Edelman – autore della vera “the catch” della stagione ’16-17 che ha tenuta viva la partita – ed invece spunta Amendola, che per qualche centimetro riesce a penetrare nella linea di End Zone, prima di esserne scaraventato fuori. Grazie al cielo, nel Football c’è la tecnologia e si va a rivedere per sicurezza, la decisione non è affidata ad un Rizzoli, Orsato o Mazzoleni qualunque.

28 pari, a meno di un minuto dalla fine. Ci sono partite nelle quali 60 secondi o 50 possono bastare per fare quelle 60-70 yards necessarie, ma non oggi e non qui. Adesso tutti vogliono i supplementari, tutti meno quel tifoso di cui sopra, ci mancherebbe.

Un miracolo alla Rodgers contro i Cowboys ci priverebbe per la seconda volta di un OT in una partita che ha già fatto storia e si ritrova quasi per caso a 28 pari, dopo essere stata 21-3 : gli stessi identici punteggi di quel Dallas-Green Bay, l’amante dei numeri inizia a pensar che ci sia sotto chissà quale disegno Divino. Ma due volte in un mese sarebbe troppo, e infatti non succede. Ryan prova l’”hail Mary pass”, Sandro Piccinini direbbe “non vaaa!!”.

Per la par condicio tra Mediaset e Sky, pochi minuti dopo Flavio Tranquillo esclamerebbe a gran voce “Oooooovertiiiiiiime”.

Si decide tanto, forse tutto, alla roulette russa della monetina.

Potrebbe mai un’insulsa moneta mettersi sulla strada del Panzer bostoniano? Certo che no ed infatti il primo possesso è dei Patriots. Si parte dalle 20 yards e se fosse una partita normale, nel corso del primo quarto, l’azione si esaurirebbe dopo due minuti con un nulla di fatto.

Ma siamo al Superbowl, al supplementare di un Superbowl, e c’è Tom Brady spinto da tutto lo stadio texano, come se non ci fosse un domani. La marea “patriota” avanza inesorabile, la difesa di ferro che per quasi 3 quarti aveva tenuto a secco l’attacco stellare di New England, non può nulla. Brady azzanna la giugulare della partita, ma il lancio in EZ, viene deviato per un soffio. Secondo down, il secondo down più importnate della storia recente del Football.

White sfrutta i blocchi e si tuffa nello spazio, corre lateralmente e si lancia letteralmente a corpo morto in End Zone, infilandosi non si sa come in mezzo a tre difensori decisi a farlo passare a miglior vita. Il ginocchio batte terra un secondo prima della mano, che ancor prima di toccare il terreno, perde la presa sulla sfera. Instant replay: ribadisco, gli americani non sono italiani e non vogliono avere dubbi. Il ginocchio ha toccato terra prima, è Touch Down. Sarebbe bastata una frazione di secondo, un errore, e avremmo parlato di fumble, palla persa. Sarebbe stato agghiacciante. O forse ancora più bello, non lo sapremo mai.

Il campo è giù stato invaso da chiunque, nonostante Brady predicasse la calma ed aspettasse la conferma del mezzo tecnologico, prima di festeggiare il titolo più incredibile della sua carriera. Non solo, dell’intera storia della Lega, che pure non è cosi giovane ed ha spento proprio lo scorso anno il mezzo secolo di stagioni concluse con il Superbowl.

Il quinto titolo del quarterback dei patriots – mai nessuno, nel suo ruolo, aveva vinto tanto, da oggi chiamatelo GoaTom  – è realtà, quando solamente un’ora e mezza prima non l’avrebbe immaginato nemmeno il più pazzo ed ottimista dei tifosi.

New England Patriots’ Tom Brady raises the Vince Lombardi Trophy after defeating the Atlanta Falcons in overtime at the NFL Super Bowl 51 football game Sunday, Feb. 5, 2017, in Houston. The Patriots defeated the Falcons 34-28. (AP Photo/Darron Cummings)

E’ la bellezza e la crudeltà del football. Nessuno vorrebbe essere nei panni di un giocatore dei Falcons, o peggio ancora di un loro tifoso, in questo momento. L’anziano proprietario di Atlanta, inquadrato per tre quarti intento a ballare goffamente assieme alla sua terza moglie – che potrebbe essere la figlia, ma che ve lo dico a fare? – è sparito nel nulla e da oltre un’ora tutte le inquadrature sono per la signora Bundchen e per mr Kraft, che cose buone dal mondo le ha a fianco e in campo, più che in tavola. La vendetta del proprietario dei Patriots si consumerà – con classe – nel post partita, ma in questo momento il defla-gate è lontano come Plutone, forse anche di più.

Anzi, quasi quasi Kraft ringrazierebbe il Commissioner per aver fatto riposare Brady nel primo mese di campionato ed averglielo tenuto fresco all’atto conclusivo della stagione. A 40 anni tutto fa, ma ironia a parte, nessuno avrebbe potuto sceneggiare un finale di stagione più emozionante, travolgente, unico ed indimenticabile.

Onore agli sconfitti, si dice in questi casi, ma passeranno tanti anni – forse anche più dei 18 che sono trascorsi tra una finale persa e l’altra, questa, da parte della franchigia della Georgia – prima che questa batosta abbandoni la mente ed il cuore che batte per i colori della seconda classificata. Perdere era in preventivo, ma farlo in questo modo ucciderebbe chiunque.

Chi invece ucciso lo sembrava già, è risorto e si sta ancora ubriacando e sballando, nel momento in cui scrivo. Con 5 titoli in 16 anni i San Antonio Patriots o New England Spurs che dir si voglia, segnano definitivamente un’era e cancellano quelle due finali perse in maniera rocambolesca coi Giants del Manning meno talentuoso, ma più forte mentalmente.

Tutto questo resterà indelebile, oltre tre lustri di Football NFl caratterizzati da una franchigia. Ma soprattutto rimarrà l’impresa più difficile, compiuta da BB e TB: Boston non è più sinonimo – solo – di Celtics, ma anche e soprattutto di New England Patriots. Sono loro la Boston che vince e trionfa, che esulta e si conferma sul tetto del mondo, ed il volto che meglio rappresenta la città “irlandese” per antonomasia è quello di Tom Brady. E’ lui il Larry Bird del nuovo millennio, il Celtics pride è diventato Patriots pride.

Nella sera in cui Paul Pierce è tornato a giocare per l’ultima volta a Boston, la città che ha segnato la sua carriera molto più di quella – L.A.. – che gli ha dato i natali, non poteva che andare a finire cosi.

Grazie Tom, grazie Bill e grazie NFL. Per una notte abbiamo completamente dimenticato la palla a spicchi e il dio pallone. Non è cosa da poco.

 

Jaywill_22 aka Marco Brignoli

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6 thoughts on “L’altra Boston: chiamatelo GoaTom

  1. Tralasciando Baseball e Hockey, due sport che non puoi seguire con passione senza drogarti. Sull’Hockey concordo mi fa schifo anche a me, ma il baseball devo dire che ha il suo fascino ma solo negli ultimi inning a partita aperta.. ma concordo sono sport non di concezione europea quindi difficili da amare

    1. L’unico momento nella mia vita in cui sono riuscito a vedere partite di baseball – di hockey mai, Cbs….Canada perchè??? XD -, è stato con Barry Bonds nel periodo in cui attentava ai record di Homerun. L’unico lato divertente di un’intera partita di baseball è quando qualcuno la manda “fuoricampo”.
      Per il resto è una noia mortale, uno sport praticato a livello pro anche da gente di 50 anni o con la panza….è sport come il Biliardo o il Golf, per la mia concezione di sport (all’europea o no) è necessaria una componente atletica e fisica, oltre ovviamente tecnica. Se no, che cazzo ci dicevano a fare “fai dello sport per tenerti in forma?”
      Come cavolo fai a tenerti in forma con il baseball? :)))

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