Focus On… The Swagg-History of Nick Young

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Per celebrare al meglio la convocazione di Nick Young al Three-Point Contest dell’ASG*, in programma questo week-end a New Orleans, dedichiamo a lui il nostro consueto Focus On.

Gli anni (difficili) delle HS, l’esperienza al College e un’amicizia duratura

Nicholas Aaron Young nasce il 1 Giugno 1985, in piena era Showtime, a Los Angeles e fin da piccolo è affascinato dalla pallacanestro, cui dedica ogni istante della sua vita. Le prime esperienze negli istituti superiori non sono esattamente felici, tutt’altro. Viene cacciato dalla scuola Hamilton perché dedicava il suo tempo solo a giocare nei playground, senza pensare minimamente a studiare. A Dorsey invece si trova in classe con alcuni membri della famigerata gang dei Bloods; l’adorato fratello maggiore Charles Jr. venne freddato da alcuni appartenenti a questa banda, quando Nick non aveva neppure 6 anni.

Young decide di lasciare spontaneamente quella scuola e approda alla Grover Cleveland High School: qui sul campo, sotto la guida coach Andre Chevalier, impressiona e cerca di imitare ad ogni costo l’idolo dell’epoca, Kobe Bryant. Mentre sul campo ottiene buonissimi risultati (quantomeno a livello individuale dove piazza 56 punti in una singola partita e si segnala già come tiratore da fuori con il 46.8%), in aula è un disastro. Nick fatica tremendamente a passare l’esame di ammissione per l’università, viene respinto due volte e può usufruire di un terzo ed ultimo tentativo.

L’aiuto di un brillante studente (con libro di esercizi fatti e spiegati, oltre a consigli utili per memorizzare formule algebriche e molto supporto umano) lo aiuta a passare il temibile esame SAT. Lo studente buon samaritano apparteneva ad una scuola rivale, ma i due si conoscevano bene, avendo giocato più volte insieme in alcuni tornei estivi della San Fernando Valley: quello studente era “Cali Finest” Jordan Farmar. Una volta passato il SAT, Farmar spinge per fargli scegliere UCLA per formare anche al college il backcourt che in un torneo estivo aveva strapazzato gli Atlanta Celtics di tale Dwight Howard. Young però decide di scegliere il college che per primo aveva puntato su di lui: USC. Con Farmar si ritroverà da compagno solo nel 2013, sotto l’egida degli amati (da entrambi) colori gialloviola.

Nick Young, USC vs Oregon
Nick Young, USC vs Oregon (Photo AP)

Sembra che il soprannome Swaggy P risalga ai tempi dell’HS, almeno a sentire Chevalier. Sul soprannome, lo stesso Nick dichiarerà di averlo ricevuto da Dio in sogno: “swaggy”, per il losangelino, indica sia l’eccentrico stile di abbigliamento che quello di gioco, mentre la P sta per “profeta”: il profeta dello swag style.

A USC nell’anno da freshman è co-MVP della squadra, con Gabe Pruitt, e finirà per essere il terzo miglior marcatore della squadra con 11.1 punti a gara. Il season-high di 22 lo piazza contro Arizona State e lo replica nella sentitissima partita (persa 72-69 con tiro per l’OT fallito proprio da lui nel finale) contro UCLA. Ancora non solidissimo (metterà a segno al massimo 3 triple in singola partita, in quella stagione), si segnala invece per buoni istinti difensivi e per la capacità di “rompere” gli attacchi avversari con un buon lavoro fra le linee di passaggio. Nel secondo anno con i Trojans guida la squadra per punti (17.3) e rimbalzi (6.6) e tra le sue vittime preferite in stagione c’è Oregon State: in una partita coi Beavers piazza il career high di 33 punti, in un’altra tiratissima ne segna 25, compreso il tiro vincente con 0.8 secondi sul cronometro. Nell’anno da Junior – dove troverà in squadra anche i rookie Gibson e Hackett – incrementa ancora la media punti (17.5) e soprattutto migliora consistentemente la % da 3 (.440).

Dopo il torneo della Pac-10 giocato allo Staples Center (quando le ginocchiere gialloviola del Mamba, dimenticate nell’armadietto scelto da Swaggy, finiranno “casualmente” per essere indossate dal nostro) i Trojans tornano all’NCAA Tournament dopo 5 anni di assenza. Dopo aver battuto agevolmente Arkansas al primo turno, al secondo affrontano a Spokane la testa di serie # 4, i Longhorns di Kevin Durant. Young si esalta con 22 punti, mentre Gibson ha l’arduo compito di fermare Durant: KD chiuderà con 30 punti finali, ma faticherà quando marcato da Gibson (17 punti e 14 rimbalzi per lui). I Trojans scappano subito (anche grazie ad un buon Hackett da 20 punti) e nel secondo tempo controllano agevolmente il ritorno di Texas: il match si chiuderà 87-68 per i ragazzi di Floyd. Risulterà invece amarissima l’uscita contro una UNC trascinata da Brandan Wright (21): USC dilapiderà un vantaggio di 16 punti all’intervallo e – nonostante le pessime prove di Ty Lawson e Hansbrough – tornerà a contatto grazie al sopracitato Wright e a Wayne Ellington (12). I Tar Heels prevarranno 74-64 e per un Nick Young da 15 punti totali (quasi tutti nel primo tempo) e 1/5 dalla lunga distanza sarà solo una parzialissima consolazione aver riportato in alto il nome di un College (record 25-12 nel 2006-2007, NCAA Tournament compreso) che – nonostante avesse fatto uscire dal suo alveo Sharman, Westphal, il due volte vincitore dello Slam Dunk Contest Harold Miner e (pausa scenica….) The White Mamba Brian Scalabrine – vantava una grande tradizione soprattutto nel football americano.

Davide Stern and Nick Young, NBA Draft 2007
Davide Stern and Nick Young, NBA Draft 2007 (Sports Illustrated)

Nel NBA Draft 2007 (che vede come prima scelta assoluta Oden davanti a Durant ) viene scelto dai Washington Wizards con la 16esima pick.

Da pistole (in spogliatoio) & rose(e) aspettative disilluse, alle spine – sul campo e non – con un passaggio fugace nel lato meno glamour di L.A.: dagli Wizards ai Sixers, via Clippers. Con Hibachi non sono sempre abbracci e baci.

Il primo anno a Washington – in una squadra che perde troppo presto per infortunio al legamento collaterale mediale Agent Zero – il nostro fatica a trovare spazio e continuità. Uscendo dalla panca, firmerà una bella vittoria contro i Bucks (22 per lui). A fatica la squadra della capitale statunitense raggiunge i playoff: nonostante il rientro di Gilbert Arenas, il cammino si interrompe bruscamente al primo turno con Cleveland (0 punti in 4 gare per il poco impiegato Bean Burrito, ennesimo nickname), che rifila a Washington uno sweep. Sembrano comunque esserci i prodromi di una buona carriera, ma le cose con gli Wizards non fileranno per il verso giusto, negli anni successivi.

Ancora off the bench nel secondo anno, vive una stagione controversa insieme alla squadra (priva di Arenas per problemi fisici) sotto la guida di Jordan prima e di Tapscott poi: chiuderà quarto per media realizzativa (10.9) e nonostante diverse ottime prove da sesto uomo, solo in pochi casi i suoi ventelli (o più) porteranno a vittorie (vs. Bobcats, Clippers e Pacers). Nel 2009-10 riesce a trovare più di spazio fra i titolari (soprattutto nel finale di stagione) nelle rotazioni di Saunders, ma calerà per punti (8.6) e minuti giocati (19.2): la sua eFG% (.479) tuttavia, ne risente pochissimo e la 3P% (.406) sarà la migliore fino alla stagione in corso.

Della stagione Wiz si ricorda però principalmente e quasi esclusivamente il “duello” alla Red Dead Redemption fra Arenas e Javaris Crittenton, con tanto di pistole (scariche secondo Agent Zero) in spogliatoio, per debiti di gioco. Solo per parlare del rapporto di odio/amore tra Young e Hibachi (altro soprannome di Arenas) servirebbe un discorso a parte: si va dagli scherzi inusuali da rookie (un pc acquistato da Nick con la carta di credito del furibondo ex Wildcat), alla burla in diretta tv durante un huddle pre-partita, che fa emergere l’incidente con Crittenton (Young e altri mimano di puntarsi le pistole usando le dita, multa di 10.000 $ per ognuno di loro), fino all’amicizia e alla vicinanza reciproca, ma anche visite improvvise a casa Young con dispetti cattivelli a Nick Jr, le provocazioni recenti e pesantissime a Nick sulla sua storia finita con la rapper Iggy Azalea (in pratica un “vai in overdose alla Odom per farla star male e farla tornare da te”) e Swaggy che esce con la ex di Gil.

Gilbert Arenas and Nick Young
Gilbert Arenas and Nick Young (Rocky Widner/Getty Images)

Tornando al basket… Nel 2010-11 Young vive la migliore annata dal punto di vista realizzativo a Washington (17.4 PPG, scorer numero uno della squadra), ma la stagione va decisamente a sud: solo 23 W per i Maghi, tante quanti i giocatori a turno inseriti a roster (fra di loro un rookie di cui sentiremo parlare discretamente in futuro, tale John Wall). Young mette a referto ventelli o più in ben 30 match (43 contro i Kings, suo career high), ma di questi solo 9 sono utili ad una vittoria per la squadra della capitale. Dopo il lockout di inizio stagione 2011, Washington gli propone una Qualifying Offer e forse è in quel momento che qualcosa si rompe. Washington parte malissimo (2-15 nelle prime 17 partite e tanti saluti a Saunders, sostituito da Wittman) mentre Young prende qualsiasi tiro gli capiti; non casualmente a fine anno sarà comunque il miglior marcatore degli Wizards (16.6 punti a partita).

A metà stagione saluta definitivamente la compagnia e, in un’intervista del 2015 a Bill Oram, non nasconderà di odiare la compagine di Washington (l’astio è parzialmente ricambiato: nella partita di qualche settimana fa al Verizon Center, durante lo shootaround sono risuonate le note di una canzone della Azalea).

Nick torna nella natia Los Angeles, ma sul lato sbagliato dell’L.A. River. Ai playoff gioca un’ottima prima partita contro i Grizzlies (19 punti e tre triple in meno di un minuto), ma la corsa dei Clippers si arena al secondo turno (sweep dagli Spurs). Sarà l’ultima volta in carriera che Young disputerà i playoff. Nella stagione 2012- 2013 passa ai Sixers, firmando un ricco contratto di un anno (5,6 mln di $). Nella città dell’amore fraterno ha il compito di dover sostituire il partente Lou Williams, ma a Philadelphia la stagione è irta di difficoltà anche per vicende extra-cestistiche (viene accusato di aver stuprato una donna due anni prima, la causa si concluderà con una “liquidazione”di 3 milioni); l’infortunio di Bynum mina da subito le poche certezze della squadra di Collins, che non sempre dà a Nick la fiducia e lo spazio di cui ha bisogno (farà anzi molta panchina nel finale di campionato). Come season high, da registrare gli inutili 30 punti messi a referto in una sconfitta maturata proprio contro i Lakers, sua futura destinazione.

Swag fuoricampo, in una squadra “fuorimoda” per diversi motivi: pochi momenti dorati, qualche livido viola purpureo. Addii sul parquet e non: i primi 3 anni di Nick Young ai Lakers

Dopo l’interlocutoria stagione di Philadelphia, accetta il vet-min dei Lakers. Arriva tra l’entusiasmo dei tifosi, contenti di avere a roster un vero e proprio cuore angeleno, da sempre tifoso gialloviola. Poco dopo il suo arrivo in città, si fidanza con la rapper australiana Iggy Azalea. Dopo un inizio in sordina, si conferma una delle note più positive in una stagione da incubo per i purple & gold; sixth man d’impatto in uscita dalla panca, esaltato dal run and gun dantoniano, rivitalizza l’asfittico “pino” lacustre. Le riserve mettono a referto 42.3 punti di media a partita , seconde quell’anno soltanto agli Spurs (44.3); per fare un raffronto, nella stagione precedente i punti off the bench complessivi lacustri erano 25,8 a match.

Nick vive una ottima stagione (17.9 PPG, migliore in carriera per lui), nonostante qualche piccolo problema fisico al ginocchio sinistro e le vittorie con Brooklyn (tripla nel finale che riscatta un’opaca gara subito precedente a – guarda caso – Washington), Toronto e soprattutto Utah (41) portano a fuoco la sua firma. Per i ragazzi di Mike D’Antoni la stagione si chiude con 55 sconfitte, il season-ending injury di Kobe dopo solo 6 partite (era appena rientrato dopo il grave infortunio al tendine d’Achille) e la comparsata in squadra di mestieranti quali gli Harris, Manny ed Elias.

Mike D'Antoni watches as Nick Young
Mike D’Antoni watches as Nick Young (Photo by Scott Halleran/Getty Images)

In estate viene rifirmato con un contratto vantaggioso da un punto di vista economico (secondo il vecchio CBA) anche per la franchigia; 21 mln di $ in 4 anni e player option a fine 2017-18. La stagione 2014-15 (primo anno di Byron Scott) è invece un calvario per Swaggy P: con il nuovo coach non scatta il giusto feeling tecnico e Scott, poco amante del basket anarchico di Nick, non mancherà di criticare la sua mancanza di effort in difesa e la scarsa capacità di coinvolgere i compagni. Il #0 (numero che segna la sua esperienza lacustre) subirà anche una panchina punitiva per tutto il secondo tempo di un match contro i Rockets.

Tornando alle cose di campo, Nick è inattivo nelle prime 10 partite (1-9) per un problema al pollice e ientra contro Atlanta, dove mette a segno 17 punti decisivi per la vittoria. Fra le altre prestazioni rimarchevoli dell’annata, i 19 contro i Pistons ed i 20 contro i Raptors, ma soprattuto la prova dicembrina in trasferta contro gli Spurs, che cadono vittime di una sua tripla allo scadere (29 punti totali). Notevoli anche i 10 punti nell’ultimo quarto (su 22 totali) in una tiratissima vittoria contro Indiana allo Staples Center. I 19 punti contro i Celtics sono il canto del cigno, la rotula cede e la stagione termina prematuramente.

Il 2015-16 è una stagione pessima: ancora in difficoltà con il basket compassato voluto da Scott, nelle due partenze da titolare (contro Atlanta e Orlando) mette a referto 5 punti nella L contro gli Hawks e 0 nella W contro i Magic (1/14 dal campo il totale dei tiri realizzati nei due match). Le due prestazioni sono lo specchio di un anno disastroso, dove il nostro tocca i minimi storici per punti (7.3), FG% (33.9) e 3P% (32.5). I 13 punti contro i Pistons e nella larga vittoria contro GSW, sono fra i pochi motivi per sorridere durante il Farewell Tour che vede Kobe Bryant protagonista assoluto. Nel finale di stagione salta diverse partite a causa di scelte tecniche, piccoli acciacchi e motivi personali (la famosa rottura con la Azalea, a causa del video diffuso da D’Angelo Russell in cui Swaggy ammette tradimenti nei confronti della partner). All’ultima gara della carriera di Kobe, nel post-game chiede al Mamba di autografargli le sue scarpe, griffate Adidas; Bryant, sdegnato in qualità di testimonial Nike, butta letteralmente nella spazzatura le calzature di uno stranito Swaggy, firmandogli il foglio ufficiale delle statistiche di gara che riporta ben impresso il 60ello messo a segno contro Utah dal 24.

2016-17: The Renaissance

Non c’entra niente l’album di Q-Tip, che si impegnò in un dissing proprio nei confronti della Azalea. La stagione in corso è stata quella della vera e propria resurrezione per Uncle P (nuovo ed ennesimo soprannome di Nick, coniato nell’Ottobre scorso). Nonostante in estate i Lakers non facciano mistero della volontà di cederlo, ai blocchi di partenza del training camp 2016-17 si presenta uno Young motivatissimo. Luke Walton, con discreta dose di coraggio, decide di schierarlo da shooting guard titolare.

Luke Walton and Nick Young
Luke Walton and Nick Young (Brad Penner-USA TODAY Sports)

Ma non c’è solo coraggio dietro la scelta del nuovo HC: Young, mai conosciuto a livello PRO per essere un difensore tignoso, nella pre-season ha lavorato più del solito su questo aspetto del gioco storicamente in secondo piano nelle sue idee. Inoltre, con le note manchevolezze in retroguardia di D’Angelo Russell, sarebbe stato decisamente improponibile schierare al fianco del #1 lacustre Lou Williams, efficacissimo in uscita dalla panca ma buco nero raro a livello difensivo, o Jordan Clarkson.

I numeri per lui parlano di una stagione esaltante: miglior lacustre per eFG% (.576) e la sua miglior statistica in carriera, frutto dei career high da 3P% (.413) e da 2P% (.495). E’ il terzo marcatore di squadra (13.8), dopo Lou Will (18.6) e DAR1 (14.2) ed il migliore tiratore dal perimetro. La sua TS% è di .601, poco distante da Lou Williams (.609). E’ il giocatore che perde meno palle fra quelli più utilizzati a roster, solo 0.6 a match (miglior dato per lui in carriera, pari a quello dell’anno scorso). Il suo Player Impact Estimate è di 8.0, mentre il suo Player Efficiency Rating è di 15.1 (ottavo di squadra, capofila Sweet Lou con 24,1).

Da un punto di vista generale si classifica 14esimo fra i tiratori da 3 per percentuale (capofila Porter con .459) e tiri dal perimetro tentati (356, qui è primo Steph Curry con 537 ). Per la eFG% è 12esimo assoluto della Lega (primo DeAndre Jordan con .695). Pw
Per punti segnati dalle guardie si classifica 18esimo a pari merito con Tyler Johnson; il leader di questa speciale classifica è nominalmente Harden – pur se il suo impiego effettivo quest’anno è da pointguard -con 36,6. DeRozan segue con 35,5.

La partita nella mente di tutti, simbolo di questa annata, è quella contro OKC, quando ha infilato una tripla intercettando il passaggio di Ingram diretto a Lou Williams. Ma fra le altre grandi prove dobbiamo ricordare anche i 22 della W contro Phoenix (la sera del duello verbale Randle-Chandler), i 16 (con il break decisivo di 5 punti nell’ultimo quarto dominato da Lou ) contro i Kings, i 23 nella W di Denver (con ancora Sweet Lou e Zubac sugli scudi nel finale), le 6 triple nella W allo Staples contro i Grizzlies, i doppi 17 nelle 2 W contro gli Hawks (in un match chiusosi solo nel finale, mette a segno tre triple e il dagger vincente) ed i 26 nella vittoria contro i Bucks di pochi giorni fa. Dulcis in fundo, i 19 nel Christmas Game contro i Clippers orfani di Paul e Griffin.

Los Angeles Lakers 109-111: Nick Young #0
Game #15 Oklahoma City Thunder @ Los Angeles Lakers 109-111: Nick Young #0 (Lakers.com/NBAE via Getty Images)

Per quanto riguarda le triple, Nick ha anche fatto segnare il record di franchigia per aver realizzato 36 bombe (56.3 %) in una striscia di otto gare fra il 17 dicembre 2016 e il 1 gennaio 2017: in questi 8 match, oltre al negativo 0/4 dai 7.25 contro Utah, piazza 8 bombe contro i Cavs (season-high di punti finora, 32) e 7 contro i Raptors; punti purtroppo inutili, visto che entrambe le partite in questione si sono risolte con una L.

  • Focus On

I dati confermano le impressioni che scaturiscono guardando le partite: Nick si è adattato a giocare più off the ball. Il suo USG% è di 19.4, minimo storico in carriera, ad esclusione del 18.4 del 2015-16 sotto Scott. Delle sue 147 bombe dall’arco, ben 133 sono assistite: i suoi principali facilitatori sono Russell (63 passaggi vincenti) e Julius Randle (46). Da sempre in grado di crearsi una giocata off the dribble (49.8 la sua eFG% in situazione di palleggio, arresto e tiro), se innescato sul catch and shoot vede salire vertiginosamente il dato della stessa eFG% al 65.8. Con le mani del difensore in faccia o con quest’ultimo nel raggio di un metro, segna con il 53.4% e con il 53.8%.

Restano sempre istinti (vedasi crossover) e meccanica di tiro tipici più del playground che di anni di professionismo, ma – fra età, acciacchi e difensori più robusti – il nostro fatica ad arrivare con costanza al ferro: per lui ci sono 5 schiacciate (su 5 tentativi) e 24 canestri da sotto su 43 tentativi. Converte l’84.9 % delle conclusioni dalla linea della carità (1.7 a match, come nel 2007-08), ma solo l’anno scorso ha tirato meno dalla lunetta: 1.4. Mai conosciuto per essere un giocatore particolarmente altruista, Swaggy non sta smentendo questa sua “attitude”: 1.1 gli assist a partita, principalmente fuori perimetro per Russell (13 assistenze ricevute da Uncle P) o per qualche incursione sotto canestro di Randle (10 per lui); inutile sottolineare che spesso l’assist è forzato esclusivamente da un raddoppio sullo #0.

Nick Young
Nick Young (Lakers.com)

Con D’Angelo di fianco, tocca a lui occuparsi dell’esterno più pericoloso: il manifesto dell’anno da questo punto di vista è l’ottima gara giocata contro Golden State, quando Curry ha messo a segno 0 triple su 10 tentativi (dopo ben 157 partite consecutive con una bomba a segno) grazie anche all’ottimo lavoro in copertura di Nick. Nonostante una certa applicazione, da riconoscere ad un cestista praticamente monodimensionale in carriera, le cifre parlano però di avversari diretti che globalmente tirano con il +6,2% rispetto alle loro statistiche abituali.

  • Efficienza del tiro e altri dati

Il mese in cui ha tirato meglio finora è stato Dicembre, pur con alcune partite saltate per un problema al polpaccio: per lui .492 la FG%, .446 la 3P% e .645 la True Shooting %. Il quarto in cui le sue percentuali risultano più alte è il primo: .473 la FG% complessiva della frazione, mentre la eFG% è di .612.

Quando i Lakers giocano partite tirate, con il distacco entro un margine di 5 punti, Nick si esalta. I dati si discostano di pochissimi millesimi rispetto alle cifre riscontrate nel primo quarto. Nelle W il suo ORtg è di 128 (109 il suo DRtg), mentre nelle sconfitte scende in picchiata a 115 (il DRtg si impenna purtroppo a 121).

  • On-Off & Line-up

Con lui in campo l’ORtg lacustre è di 108.6 (104.3 con lui fuori dal campo) e la eFG% del team è di .513 (.483 con lui in panca). Di contro pure gli avversari migliorano un poco: 113.9 l’ORtg dei rivali con Uncle P sul parquet, 112.2 con lui fuori.

E’ nella line-up più utilizzata dai Lakers (con Russell, Deng, Randle e Mozgov, impiegata per 402 minuti in stagione), ma non in quella che segna di più in totale rispetto all’avversario (formata da Williams, Clarkson, Ingram, Deng e Nance Jr., +21.3 punti rispetto agli avversari). Con Russell, Deng, Black e Mozgov in campo insieme a lui si segnano 16.8 punti in più rispetto all’avversario e si ha miglior eFG% (+ .143); sono +16.4 in più i punti segnati invece con D’Angelo, Ingram in SF, Deng da 4 tattico e lo statico Mozgov a portare blocchi per sfruttare le sue uscite dal p’n’r. Mentre quando impiegato con Russell, Ingram, Black e Randle o con lo schieramento sopracitato Russell, Ingram, Deng da stretch four e Mozgov le percentuali del tiro da 3 rispetto agli avversari si alzano rispettivamente del +33% e del +20.6%.

Nick Young: The Resurrection Of Swaggy P | Mix a cura degli amici NBA M&C

La stagione di Young è sicuramente da inquadrare come positiva, almeno da un punto di vista del singolo. All’interno però di un contesto perdente come quello attuale lacustre (19-39), non si può fare a meno di pensare che questo tipo di giocatore sarebbe probabilmente servito qualche anno prima, negli anni d’oro o nel 2011-12. E’ un atleta certamente da apprezzare per il suo attaccamento alla città e ai colori purple & gold, ma il fatto che un giocatore mai titolare fisso (anzi, spesso impiegato meglio off the bench e che ha anche rischiato di essere scambiato) sia la SG starter – pur facendo bene – dei Lakers, la dice lunga su quanta strada ancora si debba fare ad El Segundo per tornare competitivi a buoni livelli.

Visto che probabilmente il giocatore (33 anni nel giugno 2018, nell’estate della Free Agency di KD) farà opt-out dal contratto e che la sua sostituzione in quintetto potrebbe comunque non essere così semplice (a meno che Clarkson non salga repentinamente di diversi colpi) il FO losangelino deve valutare bene cosa fare. Non escluderei al 100% un futuro a L.A. anche dopo il 2017-2018, come veterano in uscita dalla panca. Soprattutto se non si riuscisse a trattenere un giocatore come Lou Williams che – a mio parere -può ancora aspirare a fare il Sixth Man in una contender o quantomeno in una buona squadra da playoff.

Alessio Mannarelli

*Nota a margine: l’ASG per lo scrivente da una decina d’anni a questa parte ha valenza pari a zero, vista la totale mancanza di contenuti agonistici degni di nota. Cosa inaccettabile per chi come me si godeva i duelli al calor bianco fra MJ e Kobe (e non solo). Le uniche due cose che guardo con piacere sono appunto il 3-Point Contest e la gara delle schiacciate perché sono prove di abilità da eseguire con una discreta pressione addosso.

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4 thoughts on “Focus On… The Swagg-History of Nick Young

  1. Bravo Alessio,bellissimo pezzo su Swaggy che anche se a breve ci lascerà merita un applauso per l’attitudine con cui ha iniziato questa stagione.Uno dei pochi,se non l’unico,a mostrare netti miglioramenti

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