NCAA #MarchMadness 2017: First & Second Round

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Marzo è un mese cruciale, nella vita di tutti i giorni e nello sport in generale. Inizia la primavera, il meteo è soggetto a bizze come probabilmente mai nel resto dell’anno – passi dai 30 gradi di un mezzogiorno alle nevicate fuori stagione – e negli sport di squadra si decidono sostanzialmente le sorti di campionati e coppe europee. In NBA invece, siamo ancora al giro di ricognizione in vista dei playoff, i team che parteciperanno alla post-season scaldano i motori e quelli che ahiloro sono già in vacanza, vedi i “nostri” Lakers, preparano le strategie per la stagione che verrà, sperando che – parlando di noi – questa ultima, disgraziata annata caratterizzata dal tanking non sia stata come sempre la penultima.

Al piano di sotto, invece, si scatena l’inferno. Si, perché nel pianeta del college basket Marzo è sinonimo di follia, di upset, di ebbrezza, disperazione, trionfo o delusione. E’ tempo di March Madness, poche ore dopo la fine della stagione regolare e dei tornei di Conference, dove non puoi goderti il sapore del successo che sei già con la faccia nella polvere. Stagione finita, contro pronostico e contro ogni logica, già per due delle top 5 della pista, scivolate al secondo turno di un torneo che non ammette prove d’appello, repliche, scuse.

La Big Dance è appena scattata e già abbiamo perso per strada Duke e Villanova, i campioni in carica delle ultime due edizioni, per mano della “Cenerentola” South Carolina e della navigata Wisconsin, cui qualche pazzo o amante dei “pesci d’Aprile” anticipati aveva assegnato una testa di serie numero 8, piazzandola sul cammino dei Wildcats e generando il primo grande upset di questo torneo Ncaa avaro di sorprese al first round.

In attesa dello start delle Sweet Sixteen, previsto tra poche ore, ripercorriamo i primi due turni già disputati, provando a dare i numeri – cosa che ci e mi riesce benissimo – e ad assegnare i giudizi dopo la prima “4 giorni” di gare, certi che saranno tante, troppe le dimenticanze e di questo già ci scusiamo. L’avremmo chiamato pagellone ma avrebbe fatto troppo Biscardi, per cui allacciatevi le cinture e partiamo con il countdown – questo fa tanto Buffa e sinceramente cosi preferiamo -, il grande ballo è solamente all’inizio.

Voto 1: Villanova Wildcats.

1 come i numeri Uno, i campioni in carica che lasciano troppo presto la competizione che solo 12 mesi fa ha permesso a coach Jay Wright di entrare nella leggenda dell’ateneo, al fianco dell’eroe del 1985  Rollie Massimino. Il ruolo di detentori del titolo è ingrato a prescindere, ma nel college basket, ve lo garantiamo, molto più che in altri contesti o sport. L’uscita di scena prematura dei Campioni è un’abitudine, se è vero che il back-to-back è riuscito solamente alla Duke ’91/92 e alla Florida 2006/07, negli ultimi 40 anni. ‘Nova esce contro un’avversaria di rango come Wisconsin e ci può stare, ma la caduta dei campioni – indicati da qualcuno come una delle più serie candidate all’ultimo taglio della retina, quindi ad uno storico repeat – finisce per fare comunque molto rumore. Non per nulla. E quel che è peggio, per questa fortunata edizione dei Wildcats potrebbe essere stata l’ultima chance di competere seriamente ai piani alti: coach Wright perderà in estate le colonne-senior Jenkins ed Hart e lo stesso Reynolds e nel caso non fosse cosa nota, ‘nova non è Kentucky.

Gli one and done si vedono raramente da queste parti, soprattutto quelli posizionati molto alti nella top100 di Espn. Insomma, la sensazione è che il glorioso e recente passato sia già diventato remoto, da queste parti, ma ancora una volta si ripartirà dalla garanzia di questo programma: l’allenatore.

Voto 2: Duke Blue Devils.

In realtà la vera, grandissima delusione della prima settimana di Torneo. Quando a roster annoveri cinque potenziali scelte del prossimo draft – tre, se non quattro prime -, la Final Four dovrebbe essere il minimo obiettivo ed il titolo una logica conseguenza. Duke ha il programma, aveva il talento e l’esperienza necessari per andare molto più avanti, ma soprattutto le garanzie per non inciampare nella buccia di banana South Carolina, che ritroveremo più avanti in questa rassegna. Greyson Allen ha dimostrato una volta di più, se fosse stato necessario, di non essere in grado di vestire i panni di leader che coach K gli ha consegnato e che la sua collocazione perfetta fosse quella nel titolo 2015, in uscita dalla panchina a dare energia e un contributo pesante nei momenti chiave. Lo storico tecnico di Team Usa non è esente da errori, ha puntato poco sulla stella nascente (ed abbagliante) di Jayson Tatum, confinandolo in post basso ad attendere un pallone che è arrivato poco e male, dalle sue parti. Giles non è mai stato un fattore causa infortuni prima e poca fiducia poi, un altro anno a Durham non gli farebbe male, ma le sirene NBA suoneranno temiamo troppo forte per non essere udite e seguite.

Il flop 2017 fa seguito a quello del 2014 e a tanti altri precedentemente, quando Duke vince il torneo della Acc, raramente fa strada o conquista il titolo nazionale. I problemi di falli e l’arbitraggio discutibile, molto contestato dai Blue Devils, non possono essere una attenuante credibile. Velo pietoso e avanti con la prossima nidiata, visto che l’attuale roster verrà smantellato per un buon 70-80%.

Voto 3: La terna arbitrale di Gonzaga – NorthWestern.

Qui non mi dilungherò più di tanto, anzi no, ho mentito. Nel 2017, con mille riprese disponibili e mille telecamere a bordo campo, non può accadere che nella fase decisiva di una partita di secondo turno del torneo NCAA – un’entità che muove miliardi di dollari in fatto di diritti televisivi, anche se alla torta continuano a non partecipare, a nostro modo di vedere assurdamente, i giocatori-studenti -, un canestro più che buono venga cancellato da un intervento degno della serie B greca, con gli arbitri costretti a non fischiare niente per portare a casa la pelle. Qui non c’entra niente l’intimidazione del pubblico, siamo semplicemente di fronte ad un caso di cecità collettiva che potrebbe avere tolto le speranze di vittoria ad una squadra, Northwestern, che partecipava con grandissimo merito per la prima volta nella sua storia alla March Madness. Magari Gonzaga avrebbe vinto ugualmente e magari no, ma sarebbe stato preferibile che a deciderlo fossero state le giocate sul parquet e non un caso degno del moviolone di Biscardiana memoria, con esito del sondaggio scontatissimo.

Una stoppata irregolare può sfuggire per parabola discendente o perché la palla aveva già toccato impercettibilmente il tabellone, ma un intervento con tanto di braccio dentro al canestro è troppo fantozziano per essere accettato. E questo, senza nulla togliere agli Zags di coach Few, cui va il nostro augurio di raggiungere finalmente l’agognata Final Four sempre sfuggita in tutti questi anni disputati ad altissimi livelli.

Voto 4: la copertura televisiva dell’evento.

Anche qui, poche parole. Da appassionato di vecchia data ho tanta nostalgia del servizio on demand – gratuito!!! – di un sito americano che qui non citerò per non fare pubblicità, accessibile a tutti anche al di qua dell’Oceano. Bastava una semplice iscrizione e potevi vederti tutte e dico tutte le partite del torneo, senza eccezioni. O se preferivi la televisione, nel pacchetto di Sky era presente un canale che durante il periodo marzolino, garantiva una copertura delle partite principali, con zapping continuo tra i campi dove si stavano giocando i match più coinvolgenti, senza mai perdere un finale punto a punto. Insomma, avevamo l’imbarazzo della scelta. Oggi, a meno di fare uso di parabole motorizzate o streaming selvaggio – e anche li la scelta è limitata, come per i torrent -, ci si deve accontentare dell’offerta di Sky, che fortunatamente tende ad aumentare con il passare dei turni, fino a coprire totalmente il programma dai Regionals in avanti.

La mia obiezione non è nei confronti di chi già fa il possibile per offrire un servizio e, a mio modo di vedere, lo fa benissimo, ma mi rivolgo alla NCAA stessa: perché prima disponevamo di un servizio completo free e ora nemmeno a pagamento, ci è concessa questa possibilità? Esistono l’NBA, l’Eurolega e l’NFL on demand, per non parlare di partite di calcio di serie B o C, o interessantissimi confronti di hockey su prato e biliardo, che certamente terranno incollati milioni di spettatori al televisore, quindi perché non dare spazio anche a questo spettacolo unico nel suo genere?

Se non ci pensano i colossi televisivi, quantomeno sia la NCAA stessa a mettere a disposizione di tutti gli spettatori potenziali, europei compresi e non solo agli americani, questo impagabile prodotto.

Voto 5: Minnesota Golden Gophers.

La maledizione della testa di serie numero 5 accoppiata alla 12, questa volta vede i Gophers nelle vesti della vittima sacrificale. Non che la caduta di Minnesota abbia creato un terremoto nel mondo della pallacanestro universitaria, ma per la squadra di coach Pitino – il figlio del grande Rick, Rich – non è una prassi partecipare al torneo NCAA. Alla seconda presenza nelle ultime sette edizioni, dopo una delle migliori stagioni della storia recente dell’ateneo, ci si attendeva qualcosa di meglio di un’uscita al primo turno con la cynderella Middle Tennessee, arrivata senza mai peraltro riuscire a stare in partita. La buona notizia per Pitino jr. è che questo gruppo, protagonista di un’annata complessivamente positiva, si ripresenterà ai nastri di partenza della prossima stagione pressoché intatto e l’obiettivo diventerà raggiungere le magiche 64 per il secondo anno di fila, evento rarissimo da queste parti (riuscito solo tre volte nella storia del college). Magari superando lo scoglio del first round ed auspicando di stare ben lontani dalla famigerata 5.

Voto 6: Le Big superstiti, North Carolina, Kentucky, Kansas e Gonzaga.

Presto, entro il Weekend, una delle tre ci lascerà aritmeticamente, considerando che Wildcats e Tar Heels sono inserite nella stessa parte di tabellone e dal Regional “South” una sola delle due potrà uscire con le ambizioni di titolo intatte (o magari nessuna, UCLA è il terzo incomodo).

In comune hanno la sofferenza che ha caratterizzato la loro seconda gara al torneo, dove entrambe hanno sudato freddo e visto la morte, anzi l’eliminazione in faccia. Se Wichita State ha solo spaventato gli uomini di Calipari, salvato dal trio di tenori ben noto agli scout NBA (41 punti in tre su 65 di Uk), Carolina è stata ad un passo dal lasciare la Acc clamorosamente sguarnita alle Sweet Sixteen. Con i Razorbacks avanti di 5 a 3 minuti dalla fine, è servita tutta la fisicità e la capacità difensiva dei ragazzi di coach Williams per riprendere il match per i capelli e mettere la freccia in extremis, nonostante un 38% di squadra che fa pensare a questa vittoria come ad un mezzo miracolo. Di Gonzaga abbiamo già detto, sarebbe stato pesante uscire da numero uno del tabellone contro una matricola assoluta del torneo, ma grazie a fortuna e distrazione delle “zebre” (i grigi, gli arbitri, in gergo collegiale) la corsa dell’Università con sede a Spokane può continuare, per la gioia del suo tifoso più noto al grande pubblico, mister John Stockton.

Kansas, unica ad aver raso al suolo le due avversarie incontrate fino a questo momento, meriterebbe un bel 9, che sommato al 5 di Carolina, Kentucky e Gonzaga, fa la media del 6 perfetto. Appunto.

Voto 7: Michigan Wolverines.

In realtà questo voto è doppio, perché la prima dedica la merita un uomo che ancora deve cimentarsi col College Basket. Brandon Roy, un grandissimo numero 7, è stato nominato coach dell’anno per le High School a nemmeno 33 anni di età. Lo sfortunatissimo ed indimenticabile campione dei Portland Trail Blazers, ha dovuto chiudere ancora giovane la propria carriera agonistica a causa dei numerosi infortuni, ma nel cuore dei veri appassionati di pallacanestro, ci sarà sempre un posto per l’uomo scelto 5 posizioni dopo Andrea Bargnani – non è uno scherzo, giuro! -, nell’NBA draft 2006. Con la March Madness c’azzecca poco, per dirla alla Di Pietro, ma il suggerimento di Odino non poteva lasciarmi indifferente, in qualità di Roy lover della primissima ora.

Tornando al dorato mondo del basket universitario, un bel 7 (abbondante) lo meritano i Wolverines, che da due settimane sorprendono gli Stati Uniti inanellando successi contro pronostico e travolgenti rimonte. Chi pensava che Walton e compagni l’avessero fatta fuori dal vaso al torneo della Big10, iniziato con un bello spavento sull’aereo che li portava alla sede del torneo di Conference e concluso battendo in finale i Wisconsin Badgers, si sbagliava di grosso. Dopo una soffertissima partita d’esordio, portata a casa dopo un finale thrilling, è arrivato l’upset ai danni della Louisville di Rick Pitino, squadra ben più quotata ed esperta. I 9 punti di deficit accusati contro Mitchell, Snider, Adel e Mathiang – non proprio gli ultimi della pista – non hanno intimorito gli eredi dei Fab Five, che trascinati dalla tripla W, hanno stoicamente resistito al ritorno dei Cardinals, nonostante gli istinti suicidi messi in mostra da un Zak Irvin, cui il Procuratore Chuck Rhodes potrebbe solamente lucidare le scarpe- non con la lingua, non pensate male -, quanto a masochismo. Due-rimesse-due regalate nell’ultimo minuto di gara dallo sconsiderato numero 21 sosia di Kevin Prince Boateng, non sono bastate a Louisville per rimontare, ma certamente sono avanzate a coach Beilein, che già alla guida di West Virginia aveva perso diversi anni di vita a causa delle circostanze avverse. E siamo pronti a scommetterci, la prossima rimessa che effettuerà Irvin sarà con un’altra maglia.

Voto 8: UCLA.

8 come la rotazione a otto ormai conclamata di coach Alford, uno che un anno fa era benvisto come Charles Manson ad inizio anni ’70, da queste parti. Tanto, forse tutto è cambiato dall’osceno decimo posto ottenuto nella Pac10 la scorsa stagione, con tanto di esclusione dal torneo NCAA. I Bruins stanno volando da inizio anno, quando Lonzo Ball e Tj Leaf si sono materializzati a Westwood. Le due – possibili, probabili…..e il dubbio non è ovviamente per Lonzo – lottery pick a disposizione dell’icona cestistica dello stato dell’Indiana nei primi anni ’80, rappresentano la colonna vertebrale che ha permesso alla squadra più titolata della storia del college basket di tornare a vivere una stagione vincente come da queste parti non se ne vedevano da anni, forse decenni. Solo 4 le sconfitte in regular season – per gli amanti della statistica, nell’anno dell’ultimo titolo datato 1995, le L incassate furono quasi il doppio -, compresa quella patita nella semifinale del torneo della Pac10 contro la bestia nera Arizona. Kent State e Cincinnati non hanno ancora svelato il potenziale bluff dei Bruins, troppo scarsi per essere veri un anno fa e troppo forti ora per non cadere in fallo, prima o dopo. La strada per le Final Four è intralciata da Kentucky e probabilmente North Carolina, due ostacoli da niente insomma. Ma è troppo tempo che gli orsetti non possono sognare concretamente di festeggiare al primo lunedi di Aprile, anche la cabala alla lunga può diventare un’alleata.

E l’8, in fondo, è motivato dal fatto che è dal lontano 2008 che questo ateneo non vede il proprio glorioso nome finire tra le prime 4, giocandosela all’ultimo atto. Erano i tempi di Love, Westbrook e Collison, chissà che tra qualche anno non si parli nella stessa maniera di Ball, Alford junior e lo stesso Leaf.

Voto 9: Josh Jackson.

Per lui facciamo un’eccezione e assegniamo un voto – elevato, peraltro – ad un singolo. Si, perché uno dei ragazzi in predicato di essere scelti nella top3 del prossimo draft, ultimamente stava scendendo di qualche posizione a causa di questioni disciplinari e di comportamenti poco consoni, all’interno del campus di Lawrence. Dopo un first round d’allenamento, contro la modesta Uc Davis, il freshman nato a San Diego ma cresciuto nel Michigan – stato che ha lanciato già in passato la carriera di qualcuno di mia, nostra e vostra conoscenza.. ogni riferimento all’attuale presidente delle basketball operations dei Lakers, non è puramente casuale -, ha deciso di mettere il turbo. Contro la Michigan State di Tom Izzo – ecco, ci risiamo: East Lansing, Michigan, Michigan state.…Magic, ok, si è capito – e degli amici Winston e Bridges, Josh ha sfoderato una di quelle prestazioni singole che magari non a livello planetario, ma certamente a Kansas, classificheranno “for the ages”. Se c’era bisogno di una conferma, Jackson ha messo in evidenza tutto il suo talento, il suo valore, la sua qualità e diversità, rispetto al 99,99% dei propri coetanei.

Stazza e atletismo fuori dal comune, magro ma non magrissimo, fisicamente tiene bene i contatti e si fa rispettare. Difende e cambia su qualunque esterno, accettando il confronto con i giocatori più fisici di lui, denota un trattamento di palla di livello e soprattutto abbina alle doti fisiche e atletiche una tecnica ed una pulizia di tiro impressionanti. Il suo secondo tempo con gli Spartans è stato un clinic, l’arroganza tecnica con la quale ha spazzato via Bridges e la sua Michigan State, non può non aver fatto riflettere più di qualche addetto ai lavori. Se pensate anche voi quello che sto pensando io, se la matematica non è un’opinione, non sorprendiamoci se questo ragazzo dovesse tornare da professionista nello stato che gli ha regalato i Natali.

Voto 10: l’Upset.

E’ l’essenza del college basket e del torneo NCAA, l’Upset. Se non esistesse, saremmo di fronte ad un campionato italiano di Basket o di Calcio dell’era moderna, dove bene o male sai già chi e come vincerà, e chi e come proverà a contendere lo scudetto o fingerà di farlo. Nel basket collegiale, dimenticate tutto questo. Il torneo ad eliminazione diretta in gara unica aiuta, ma anche il ricambio dovuto al completamento del corso di studi o alle uscite anticipate dei ragazzi per abbracciare una carriera professionistica, o ancora il grande senso di appartenenza che ogni realtà universitaria, dalla più modesta alla più rinomata, genera. Accade cosi che la Carolina meno nota possa mandare a casa Duke – e credetemi, qualunque Cameron Crazy ringrazia tutti i santi del calendario che quel “Carolina” fosse preceduto dal “South” e non dal punto cardinale opposto – grazie a tale Thornwell, che tanti ora fingeranno di conoscere da sempre, ma fino a una settimana fa nessuno considerava, parenti e amici intimi compresi. I Gamecocks stanno diventando i maestri della second half, periodo nel quale tendono a massacrare gli avversari a suon di ventelli. Dopo il 7 su 35 dal campo dei primi 20 minuti, nessun bookmaker avrebbe immaginato di dover pagare la vittoria di South Carolina ai pazzi che avevano avuto la stramba idea di puntare sul classico cavallo perdente.

E a proposito di Cavalli e di upset, come non ricordare nuovamente l’impresa del dark horse per antonomasia, quei Badgers che, pur non essendo il classico prototipo della cenerentola, dopo l’addio di Bo Ryan hanno mantenuto un nucleo competitivo ma sono stati snobbati spesso e volentieri, a cominciare dalla commissione che ha avuto la brillante idea di inserirli nel tabellone dei campioni, con una testa di serie esageratamente alta.  Le magie di Bronson Koenig, la solidità di Happ e del Senior Nigel Hayes, hanno trascinato Wisconsin “in the zone”, come si usa dire in gergo, rendendo tutto possibile, nel bene e nel male. La terza final four in quattro anni non è un miraggio per gli uomini di coach Gard, che fanno della difesa e del ritmo compassato, oltre alla precisione dall’arco, i loro marchi di fabbrica.

Per chiudere, una nomination anche per Xavier, che in 48 ore ha mandato a casa i Terrapins del sempre interessante Melo Trimble e la testa di serie n.3 dei Seminoles di Florida State, capitanati dalla prossima lottery Pick Jonathan Isaac. Il voto è già 10, ma l’appetito vien mangiando e la favorita del tabellone Ovest, gli Arizona Wildcats, è avvertita. Testa di serie avvisata, mezza salvata.

Jaywill_22 / Marco Brignoli

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11 thoughts on “NCAA #MarchMadness 2017: First & Second Round

  1. Gran pezzo come al solito Jay,bravissimo!
    L’atmosfera di queste partite è meravigliosa,un Xavier vs Arizona vale mille Lakers-Wolves.Stanotte si tifa Ucla,ma Kansas mi ha dato finora la migliore impressione tra le favorite

    1. Grazie anche a te Bro! ;)
      D’accordo su tutto, Arizona vs Xavier e West Virginia vs GOnzaga, mi hanno esaltato. Devo ancora vedere Michigan vs Oregon, di cui purtroppo Mamoli mi ha spoilerato il risultato XD , ma immagino che anche li ci sia stato da divertirsi.

      Kansas, beh, sta giocando un altro sport. Contro due buonissime squadre della Big12 come Michigan State e Purdue, ha giochicchiato il primo tempo, per poi piallare nella ripresa. A questo giro sono veramente profondi e fortissimi. Josh Jackson è salito di colpi e ha dominato da fine primo tempo in avanti, Graham è una sentenza e stavolta anche Mason III si è messo in risalto. Più Vick e l’ucraino, i lunghi sotto, a Self stavolta non manca proprio niente per arrivare fino in fondo. Oregon, se capisco qualcosa di basket collegiale, farà la fine delle due precedenti avversarie dei JayHawks, mentre per Gonzaga mai come stavolta è stata vicina la final four. Now or never.

      Stanotte Ucla vs Kentucky e Butler vs Carolina (dove neanche gufo, non c’è speranza a meno di suicidi), più altre due partite da non perdere (Wisconsin su tutte).
      E Ucla in primo piano naturalmente, per Lonzo e perchè sarebbe una bella storia rivedere i Bruins competitivi dopo tanti anni. Vamos!

  2. Bell’articolo. Cercherò di vedere almeno quelle su Sky. Una volta su Sky c’era ESPN e le faceva vedere tutte in stile diretta gol del calcio. Era bellissimo!

    1. Bravo Nicolas, su Espn Europea era una figata vedersi il torneo Ncaa. Contrariamente a quanto ho detto e me ne scuso con Sky, già dal terzo turno ci sarà una copertura mai vista, sui canali 204 e 205. Come ha anticipato Caniggia su Whatsapp, copertura imponente, se non sbaglio del 50% delle gare. E venerdi notte, anche Lakers Minnesota, partita della vita in ottica scelte.
      Dio benedica Sky.

  3. applausi jay
    quest’anno non ho seguito davvero nulla del CB ma data la stagione dei Lakers mi sa che per questa fine di marzo investirò meglio il mio tempo libero dedicato all visione delle partite di basket

    1. Thanks Dav, ti consiglio di lasciar perdere la NBA in questi giorni e goderti questi 4 giorni (giovedi-domenica) più le final Four della settimana prossima. Bastano e avanzano per farsi un’idea su questi ragazzi e il clima di queste partite non ha eguali. Disintossicati da Lebron, non te ne pentirai :))

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