Ncaa #MarchMadness 2017: the day before the Final Four

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Allo scoccare della mezzanotte e dieci minuti, scattano le Final Four del torneo Ncaa, sostanzialmente il Superbowl della pallacanestro universitaria. Salutato il mese di Marzo (“March”), rimane solo tanta “madness” e tanta in realta se n’è già vista in queste prime due settimane di gare. Sarebbe facile passare dal clichè della pazzia tipica marzolina al primo di Aprile dove qualunque scherzo – o per meglio dire, pesce – è ammissibile, ma nonostante non abbia mai nascosto la mia passione per gli upset – a cui ho assegnato un bel 10, la settimana precedente -, mi sento di affermare che per quest’anno si è decisamente esagerato.

Delle 64 squadre di partenza, ne sono rimaste solamente quattro e fin qui tutto secondo la norma. L’anomalia è che piano piano, abbiamo salutato una dopo l’altra, tutte le teste di serie, saltate nel momento in cui sembravano aver inserito la giusta marcia. Tutte meno una, in realtà: l’eccezione è rappresentata dalla (da me non) amata North Carolina, sfuggita per il momento alla mannaia delle underdog o cinderella di turno, grazie alla propria fisicità, costanza di rendimento, profondità del roster e solidità. Non è necessariamente la più forte o talentuosa in assoluto UNC, ma certamente la più continua negli ultimi due anni, pronta ed impaziente di riprendersi ciò che il miracolo di Kris Jenkins le ha strappato dalle mani ormai dodici mesi orsono.

E tutto sommato, conoscendone la tradizione, la storia ed il dna, non c’erano grandissimi dubbi che i Tar Heels si sarebbero ripresentati puntuali all’ultimo atto stagionale.

Magari avremmo dubitato di vedere Oregon tra le magnifiche quattro, per quanto il percorso delle ultime stagioni e di quella attuale, nella Pac12, confortassero tale ipotesi. Nonostante 78 lunghissimi anni di assenza dalle Final 4 non invitassero i sostenitori dei Ducks a sperperare patrimoni “bettando” a favore dei loro beniamini, l’ennesima ottima regular season condotta nella Pac12 e la Final 4 sfumata la scorsa stagione a causa di uno stratosferico Buddy Hield, potevano preludere ad un lieto fine per la squadra allenata da coach Altman. Uno che allenava a Creighton quando le stelle si chiamavano entrambe Luke – Ridnour e Jackson, batta un cinque chi se li ricordava e/o li ha visti giocare al college – e la fortuna non era stata altrettanta, nonostante le premesse fossero più o meno le stesse.

Lo stesso dubbio potevamo nutrirlo nella prima storica partecipazione dei Bulldogs, ma dopo tante stagioni di tentativi a vuoto, delusioni e sfortunate convergenze, anche la Gonzaga di coach Few è riuscita a cancellare un tabù vecchio come la pallacanestro stessa. E modestamente, da queste colonne lo avevamo un po’ previsto e un po’ auspicato, soprattutto per l’umana empatia che non può non ispirare il neo coach dell’anno, il già citato Mark Few, che proprio in questo 2017 d’oro ha visto diventare maggiorenne la sua esperienza sulla panchina degli Zags. D’altronde, come ci ricordava Brandon Lee in uno dei capolavori cult del Cinema – di genere – moderno, “non può piovere per sempre”. Anche se è meglio non andarlo a sbandierare da quelle parti, dove la pioggia cade con una frequenza da fare invidia alle grigie cittadine inglesi dove si svolse la rivoluzione industriale;  e anche chi non capisce un’acca di pallacanestro o di Stati Uniti, si sarà sicuramente imbattuto in qualche film o serie Tv ambientata nello stato di Washington – da non confondersi con Washington Dc, sto parlando dello stato che si affaccia sull’oceano Pacifico, quello soprastante alla nostra amata e sognata California, insomma, avete presente Seattle, la culla del Grunge? Pearl Jam, Soundgarden, o se volete passare al cinema “Singles”, o perfino Twilight per gli amanti del trash –, per cui non è difficile da comprendere che fare battute sulle precipitazioni ai tifosi di Gonzaga è come parlare di corda a casa dell’impiccato.

A proposito di esecuzioni capitali, se una settimana fa la maggioranza dei tifosi dei Blue Devils dei quali mi onoro di fare parte  – 26 anni sono trascorsi dalla prima partita di Ncaab in Tv, galeotta fu una finale Ncaa tra Duke e Kansas con Christian Laettner Mvp, trasmessa su telecapodistria/telepiù, l’antenata di Sky -, avrebbe votato per la condanna a morte dei ragazzi sconfitti, rimontati e umiliati dagli ex signori nessuno di South Carolina, oggi è cambiata radicalmente la prospettiva: alla luce di quanto successo nel fine settimana, la delusione e la rabbia hanno lasciato il posto a quella sorta di patetica auto-assoluzione che il tifoso tende a concedersi, quando chi lo ha sconfitto continua imperterrito a vincere, sorprendere e fare strada. E’ cosi che partono gli hashtag #atestaalta #grazielostesso #losapevochequestieranoforti e una sconfitta considerata sportivamente tragica, disastrosa o addirittura epocale, diventa meno amara, più comprensibile, accettabile.

Eh si, perché i Gamecocks di coach Frank Martin, non contenti di aver sconvolto l’America con l’upset dell’anno, hanno proseguito come se niente fosse la loro marcia, asfaltando Baylor senza mai far entrare in partita i Bears del nostro amico Roby e concludendo il loro Marzo demoniaco, rimontando anche Florida nel secondo tempo, proprio come era riuscito loro contro Marquette e Duke.

Nel segno di coach Martin e sotto quello di Thornwell – quello che tutti seguivano e amavano da anni, pur non avendone mai sentito parlare fino a 15 giorni fa, ricordate? -, South Carolina regala una chance irripetibile di poter assistere ad un derby delle Caroline nel monday night della finalissima, qualcosa che fa impressione anche solo a dirlo o scriverlo. Un Derby della North Carolina potevamo anche aspettarcelo – nonostante non sia mai accaduto al torneo -, ma in tutta onestà questo tipo di accoppiamento sfuggiva ad ogni controllo e pronostico. E per chi dovesse pensare che questi siano la vittima sacrificale, l’agnello Pasquale pronto per il macello, sappia che lo stesso avevano ritenuto a Duke e Florida, come Marquette e Baylor presumo, pur non avendo assistito ai match.

Riguardatevi le facce di inizio gara dei Gators e quelle di metà partita, confrontandole coi pianti disperati e le scene isteriche del dopo gara. Fatelo soprattutto voi, Coach Few & c. e vedrete che non rischierete di sottovalutare l’impegno o di dare qualcosa per scontato. Perché di scontato non c’è proprio nulla, quando si parla di March Madness e ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, abbiamo avuto le riprove del caso.

Delle protagoniste delle Final Four, nel dettaglio, abbiamo parlato nella seconda parte del podcast settimanale, che vi invito ad andarvi ad ascoltare. Ora invece riavvolgiamo il nastro, facciamo un passo indietro ed esattamente come sette giorni fa proviamo a fare il resoconto di quanto successo tra Sweet Sixteen ed Elite eight, mediante le classiche pagelle dall’1 al 10.

Buon divertimento

 

Voto 0: Jayson Tatum.

Ok, questo è come il 7 della settimana scorsa a Brandon Roy, non c’entra nulla con la nostra Hit. Tatum nemmeno ha giocato lo scorso Weekend e quando Duke fu sorpresa dai Gamecoks, tutto sommato Jayson fu uno dei meno colpevoli. Ma nella settimana che ci siamo messi alle spalle, il numero 0 dei Blue Devils ha lasciato l’ateneo, come prevedibile, per spiccare il salto tra i Pro. Lo ha annunciato lui ufficialmente, e firmando con un agente non ci saranno ripensamenti, purtroppo. Per coach K e per chi ama questa Università.

Segnatevi questo nome e questo numero, ne risentirete parlare. Augurandogli più fortuna dal punto di vista fisico del Jay suo predecessore in maglia Duke, se questo rimane sano e con la testa sull’obiettivo, potrebbe diventare un Hall of famer. Sull’etica lavorativa e sul talento garantisce il suo attuale ed allo stesso tempo ormai ex allenatore, uno che di Dream Team se ne intende, avendo allenato qualche edizione molto talentuosa e fortunata di Team Usa.

Per il resto, basterà che non venga scelto dalla Philadelphia o Sacramento di turno, realtà dove la vittoria ormai è un concetto astratto, come le spiagge sabbiose ed il mare caldo in Alaska. Se troverà la giusta collocazione maturerà prima, ma statene certi, questo diventerà qualcuno. Skills atletiche e fisiche, tecnica, tiro ed Iq sono di livello top, il resto lo deve mettere lui. In due mesi è passato dall’essere un oggetto misterioso – anche a causa di un infortunio che ha compromesso la prima parte della sua stagione e quella di Duke – a dominare letteralmente le partite, compagni ed avversari. L’uscita di scena prematura dalla Big Dance, dopo essere stato l’Mvp dell’Acc tournament assieme a Luke Kennard, ne hanno frenato l’ascesa nei mock draft, ma è solo questione di tempo. Di provini, misurazioni e che qualcuno si accorga di che razza di animale raro gli si para davanti.

Che poi diventi la scelta numero 2, 3 o 4, poco importa, il suo destino è di diventare un numero 1. Anzi, zero, come il Gilbert Arenas che fu. Destinato a sorprendere e scioccare, ma nel suo caso le armi da fuoco non c’entrano e non c’entreranno mai, visto il background del ragazzo. Non gli manca niente per imprimere il suo marchio anche al piano di sopra, l’impressione è che sia già maturo fisicamente e di testa, per riuscirci fin dalle prime settimane.

 

Voto 1: Florida Gators e Kansas JayHawks. Sbagliare è umano ma perseverare è diabolico e sia Gators che Jayhawks sono scivolate su una buccia di banana che perfino il pendolino di Mosca sarebbe riuscito a prevedere, conoscendo la storia delle due università. Florida si è fatta sculacciare da South Carolina, esattamente com’era successo a Baylor e ancora prima, a Duke e Marquette. Il solito primo tempo illusorio – Baylor esclusa -, poi sale l’intensità e nella seconda metà giunge inesorabile il sorpasso. L’impressione è che tutti si attendessero lo scoppio della bolla di sapone targata “Gamecocks”, ma al momento è toccato ai Gators saltare per aria e salutare il torneo.

Diverso il discorso per Kansas. Ormai è un appuntamento fisso, un deja vu con Bill Self nei panni di Denzel Washington e forse anche per questo, sembra la brutta copia dell’originale. L’uscita a sorpresa di Kansas, nel momento in cui addetti ai lavori e analyst iniziavano a credere concretamente nelle chances di titolo di Josh Jackson e compagni, fa rumore ma non sciocca più nessuno. Le battute si sprecavano già al via del grande ballo, ora hanno trovato solo il proprio fondamento. E se uscire contro gli arcigni Ducks poteva essere messo in preventivo, farlo senza mai essere in partita dalla fine del primo tempo in avanti, è qualcosa di inaccettabile. Inutile la coraggiosa prova di Mason III, insignito questa settimana del premio di miglior giocatore dalla Associated Press. Se tutti avessero giocato come lui, forse parleremmo di un esito diverso. Casomai Devonte Graham dovesse sentirsi chiamato in causa, no, non è un’impressione.

 

Voto 2: Lonzo Ball. Si, d’accordo, il numero di maglia ha influito nel giudizio, a dire il vero un pochino severo. Ma dalla nuova sensazione della pallacanestro mondiale, parola del padre Lavar (lo ritroveremo), ci saremmo tutti aspettati qualcosa di più e meglio. Intendiamoci, Lonzo rimane una passione incontrollabile del sottoscritto e spero non solo sua, citofonare ad El Segundo e a Johnson Earvin, in arte Magic, per delucidazioni. Un playmaker che anche nella sua peggior partita in carriera ti regala 5 o 6 highlights da rimanere abbagliato, non è bocciabile a prescindere, ma il nostro Lonzo paga la pessima prestazione offerta contro Uk, difensiva ed offensiva, e la sconfitta senza appello, mai messa in discussione.

Fox gliene ha segnati 39 in faccia ed il confronto diretto tra le pg freshman è stato perso su tutta la linea, ma onestamente va considerato che i compagni non sono gli stessi e che quasi  metà del bottino accumulato dal numero zero dei Wildcats è stato ottenuto dalla lunetta o a partita ormai chiusa, coi Bruins rassegnati all’uscita anticipata dal torneo. Ricordate? Parlammo di bluff che non poteva durare e cosi è stato, per Ucla. Adesso tutti concentrati sulla NBA, per quanto riguarda Lonzo e sotto coi fratellini, per quanto riguarda Ucla ed il college basket. Scontato dire che (la) Ball rimarrà un nome d’attualità anche nelle prossime stagioni di basket, professionistico e non.

 

Voto 3: Zebre, arbitri, terne, quelli là. Faccio outing, gli arbitri non mi sono mai paciuti: fin da quando ero bambino/ragazzino e giocavo a pallacanestro in una squadra chiamata Gonzaga – purtroppo non quella situata a Spokane -, non sono mai riuscito a soffrire la loro arroganza, incapacità, presunzione. Senza esagerare, credo di aver preso più falli tecnici di Dreymond Green, ma non perchè fossi cosi testa calda o irrispettoso, bensì perchè a comminarmeli erano sempre quel paio di personaggi, che trattandosi di basket giovanile locale, finivano per capitare ad arbitrarti una settimana si e una no. Con loro non c’era modo di discutere e più facevi notare i loro marchiani errori e più si accanivano. Ad alti o altissimi livelli le cose non cambiano e sebbene cali la loro tracotanza a causa delle telecamere, non diminuiscono gli errori, o quantomeno la loro gravità. Anche le zebre migliori, parlando di college basket, vuoi per età o per la velocità del gioco (superiore a qualunque altro contesto), finiscono per sbagliare tanto se non troppo. Del fattaccio in Gonzaga-Northwestern e del metro arbitrale ridicolo adottato in Duke-South Carolina abbiamo già trattato, ma anche la scorsa settimana si sono verificate direzioni non all’altezza, caratterizzate da un metro troppo fiscale prima e permissivo dopo, non coerente. Un ricambio generazionale sarebbe doveroso, ma temo che la Ncaa sia gestita da persone troppo ottuse  e legate al passato per accorgersi che i tempi stanno cambiando, che l’età media dei collegiali si è abbassata e la fisicità/atletismo, clamorosamente elevata. Come non riconoscono un compenso adeguato ai protagonisti sul parquet – finendo per perderli dopo pochi mesi, anzichè sfruttarne il talento e le doti per 3 o 4 anni -, certamente non si saranno accorti del problema evidente che ormai rappresenta l’età media delle terne. Vedere un nonnino coi capelli bianchi correre per il campo, al fianco di ragazzini che potrebbero essere giusto suoi nipoti, in parte fa sorridere e in parte comprendere quanto sia palese la cecità di chi dirige un baraccone che produce introiti incalcolabili.

 

Voto 4: Lavar Ball. Il 4 è la media tra lo 0 per i deliri cui ci sta abituando da qualche mese sui suoi figli, e l’8 per la posizione tenuta nella querelle con Lebron James, dove clamorosamente, visti i precedenti, la figuraccia non l’ha fatta il papà di Lonzo.

Le evitabili pressioni fatte per indirizzare il figliolo in uscita da Ucla ad El Segundo, si commentano da sole. Capisco che dovendo scegliere tra Los Angeles e le altre 29, per un angeleno purosangue come Ball senior, si tratti più di un desiderio che di una preferenza. Ma da qui a parlarne come un futuro Laker, nemmeno spettasse a lui la scelta, di acqua sotto i ponti ne passa parecchia. Le diatribe con Barkley non hanno aiutato la sua immagine – quella di Barkley è compromessa da una decina d’anni abbondante – e tantomeno le sponsorizzazioni a dir poco premature dei fratelli minori di Lonzo, Lamelo e LiAngelo. O ancora, le farneticazioni sulla linea di scarpe firmata Ball che dovrebbe – nelle sue aspirazioni – emulare se non soppiantare la Nike, come se esistesse una minima attinenza tra i periodi storici,  gli interpreti, eccetera.

Unica eccezione, la missiva respinta al mittente, che in questi giorni ha fatto parlare i media. Il mittente stavolta era Lebron, che si è lamentato delle parole di Lavar, che a suo dire non si sarebbe dovuto permettere di parlare dei suoi figli. Il lettore immagina chissà quali infamie, poi scopre che Lavar si era limitato a descrivere la storia del mondo dello sport, dalla sua nascita ad oggi: i figli delle superstar – quindi Lebron, in questo caso -, generalmente non riescono a sfondare nel campo in cui ha fatto fortuna il padre….anzi, per la precisione non accade mai. Quale sarebbe la colpa di quest’uomo stavolta? Aver scoperto l’acqua calda? O forse dobbiamo credere che Lbj sia un tifoso sfegatato di Diego Maradona junior o di Jordi Cruyff, oppure del grande Daniel Ewing visto a Duke, fugacemente in NBA e che da diversi anni (tuttora tra le file del Neptunas) imperversa in Europa? Dai, Lebron, fai il bravo: anche se per qualche giorno non si parla di te sui giornali, sono sicuro che potrai sopravvivere.

 

Voto 5: Wisconsin Badgers. Spiacente per loro, ma la sconfitta contro una edizione dei Florida Gators tra le meno eccitanti, di quelle competitive, doveva e poteva essere evitata (che avvenga sfortunatamente, dopo un tempo supplementare, conta relativamente). Tanti erano al loro ultimo valzer, da Koenig ad Hayes, passando per Happ (unico sophomore, ma in predicato di entrare nel draft), Vitto Brown e Showalter – suo il tiro per forzare la gara all’overtime contro i Gators, purtroppo per lui una prodezza vana – e mi sarei aspettato una squadra in missione. Quella che veramente lo era in missione, South Carolina, non a caso ha fatto le scarpe proprio a Florida e staccato un biglietto per l’Arizona, mentre proprio come un anno fa, coach Gard conferma di avere ben più di qualcosa in meno del leggendario Bo Ryan che gli ha lasciato il posto. Stavolta come allora, Wisconsin ha dapprima eliminato una testa di serie – oggi Villanova, dodici mesi fa Xavier – e pochi giorni dopo si è bloccata sul più bello, andando a casa quando la strada per la terra promessa sembrava spianata. La sensazione che sia stato l’ultimo atto di una grande, grandissima storia è concreta, ma avevamo pensato la stessa cosa all’addio di coach Ryan e nell’ultimo torneo Ncaa, quando i Badgers caddero sul più bello, nella semifinale del Regional contro Notre Dame. Mai scommettere contro di loro insomma, sebbene il reclutamento del grande Ryan sta per esaurire i suoi frutti e come ben sappiamo noi tifosi gialloviola, quando sono terminati gli effetti della cura West, si è notata tutta l’inefficienza e pochezza di Mitch Kupchack, Chiappe strette, in quel di Madison.

 

Voto 6: De’Aaron Fox: sissignori, è la media tra il 9 che gli avrei dato dopo la trionfale partita giocata contro i Bruins ed il 3 che si è meritato per come si è fatto cancellare nel match successivo contro i Tar Heels. Come per Ball ci sono diverse attenuanti, tra le quali l’uscita precoce per falli – che certamente l’ha messo fuori ritmo, dopo un brillante inizio – ed un paio di canestri nel finale, di puro istinto e talento, che avrebbero potuto fare la differenza, se solo Uk avesse completato e non solo sfiorato la rimonta dell’ultimo minuto. Troppo bello contro Ucla, troppo brutto per essere vero con Carolina, dove il tiro da fuori è stato tentato poco e con risultati alterni e le penetrazioni stoppate da una grande difesa di coach Willliams, dove Kennedy Meeks si è divertito a respingere al mittente le iniziative di De’Aaron. Tre stoppate – ho detto tre – nei primi 5 minuti del secondo tempo hanno letteralmente cancellato Fox dalla gara, mettendone in evidenza in un amen la giovane età, l’inesperienza, i limiti tecnici e balistici normalissimi per un ventenne, a cui sarà proprio lui a dover porre rimedio. Il ragazzo è una potenziale star, ma dovrà lavorare ancora parecchio e togliersi quella sorta di autoconvinzione che gli si legge in faccia e che Meeks ha contribuito a sgretolare, per sfondare sotto ogni punto di vista al piano di sopra. Si parla anche di Lakers per Fox, chissà che la maglia che indossava ai tempi del liceo, quella della Cypress “Lakes” H.S., non sia un segno premonitore.

Voto 7: Malik Monk. Non è mai stato nelle mie grazie, lo dico subito. Ed i 7 punti segnati nei primi 30-35 minuti di gioco dei Regionals con Unc, dopo i 47 griffati nel precedente di regular season, aggiudicato da Kentucky, sarebbe stato un facile argomento col quale attaccarlo. Ma, spero ve ne siate accorti, non mi piace essere banale o scontato. Le scelte di Monk rimangono di basso livello, rispetto ad altri prospetti di rilievo, e l’impatto al piano superiore subordinato ad una crescita mentale e tecnica di non poco conto. Ma quando parti da una base del genere, con quel tiro e quegli attributi, non puoi che smuovere qualcosa nel sottoscritto. Le due triple insensate con le quali Monk ha dato una chance insperata ai suoi Wildcats sono risultate inutili, ma non per ricredermi parzialmente sul suo conto. I dubbi sulla collocazione in campo permangono, quell’anima da guardia nel fisico di una point guard non può non indurre a qualche riflessione o tentennamento, ma le qualità caratteriali di questo ragazzo possono fare la differenza. Scommessa affascinante quanto pericolosa, ma proprio come per il suo compagno di squadra Adebayo, una fiche la merita. E consentitemi un accenno al numero 3 from Newark, perché lo merita: un 7 anche a lui, che reduce da una prestazione incolore ma per sua fortuna non determinante contro Ucla, sembrava avviato sulla stessa falsariga anche coi Tar Heels (1 punto nella first half). Nel secondo tempo sono state la sua arroganza fisico-atletica e la sua determinazione, assieme alle folate di Briscoe e ai lampi di un gregario come Humprhries, a tenere in partita gli uomini di coach Calipari, con le stelle Fox e Monk al palo per 35 minuti, in parte per i falli e in parte per le difficoltà tecniche incontrate (alla fine solo 26 punti per le due stelle, contro i 60 segnati ai Bruins). Adebayo ha duellato splendidamente con Meeks, segnando a ripetizione nella fase centrale del match e tenendo a galla i Wildcats. Il sosia di Howard ha denotato una mobilità ed una delicatezza di mani superiore a Dwight, pur evidenziando la stessa esplosività ed un fisico praticamente identico, non solo nei tratti somatici (peso e altezza similissimi, conformazione delle spalle e struttura identica all’Howard 20enne).

Ovviamente Dwight era di un altro pianeta, ma prestiamo attenzione a questo assiduo frequentatore delle top10 Espn. Se qualcuno è interessato ad un centro moderno, atletico e dinamico, senza bisogno di ricercare il solito tiratore da tre – questo prototipo c’ha scassato u…..avete capito cosa -, citofoni tranquillamente a Bam Bam.

Certo, sempre che il diritto di scelta della franchigia per cui lavora, sia compreso tra la 10 e la 20, perché più in basso difficilmente finirà.

 

Voto 8: Brutti sporchi e cattivi. Oltre ad essere il titolo di una pellicola italiana d’epoca, di grande valore cinematografico e culturale, è anche la descrizione di un genere che personalmente mi fa impazzire, abbinato al basket college. Che si tratti di un allenatore – Bob Huggins – e della squadra creata a sua immagine e somiglianza, oppure di un singolo giocatore, cui non daresti due dollari, fino a che non lo vedi giocare (Karnowsky è il nostro uomo), non puoi che innamorarti di questi personaggi o realtà.

West Virginia esalta lo spirito del college basket con quella zona press a tutto campo, capace di ossessionare qualunque avversario e di mettere la sabbia anche negli ingranaggi più e meglio oliati. Poi logicamente non basta per vincere ed arrivare fino in fondo, ma una delle favorite alla vittoria finale, Gonzaga, se l’è vista veramente brutta contro i Mountaineers di un immenso Jevon Carter, l’icona del basket Hugginsiano: assatanato in difesa, superdotato quanto ad attributi, quando la palla scotta, il giocatore che tutti i veri allenatori vorrebbero allenare.

Se West Virginia esce sul filo, più che alla stella dei Bulldogs, Nigel Williams-Goss, lo si deve a Przemyslaw Karnowsky. Fisico da Hooligan frequentatore assiduo di pub, questo ragazzo polacco di 24 anni fa delle letture e della tecnica le sue armi principali, sfruttando naturalmente un fisico massiccio, che nella pallacanestro male non fa. La stazza è da traslocatore di mobili, ma le mani sono da pianista e forse è proprio a causa di questo che gli avversari tendono a sottovalutarne le doti. Dal post alto la passa come una guardia, non mette tantissimi punti ma fa tutto quel che serve per vincere. Arrivato a due passi dal traguardo, Przeccetera eccetera non intende certo fermarsi adesso.

 

Voto 9: Oregon Ducks. Il ricordo di Buddy Hield ha tormentato le notti di Dillon Brooks per dodici mesi, ma come Carolina insegna, la pallacanestro universitaria sa ricompensarti: dopo una delusione cocente, può attenderti una gioia irrefrenabile, magari derivante da quasi 80 anni di tentativi a vuoto. Era dal 1939, dai tempi di Hitler che preparava l’attacco al Mondo e dell’Italia in mano al fascismo, che Oregon non scriveva il proprio nome tra le partecipanti alle Final 4. C’è voluta una discreta dose di buona sorte – leggasi vittoria in volata con Michigan – ed un capolavoro come l’aver messo al tappeto Kansas, una delle grandissime favorite della vigilia, ma alla fine il sogno dei Ducks si è avverato.

Il sogno del numero 24, il cui nome inizia per B e contiene sei lettere ma non fa Kobe di nome, il sogno del ragazzo che sfiorò la tripla doppia con tanto di stoppate, il sogno di un ragazzo “greco” che dei classici tratti ellenici non ha neanche il celebre profilo, ma che ritroveremo spesso nei campionati Europei – e chissà, non solo – e nelle qualificazioni a venire. Il sogno che diventa realtà insomma, la ragione per cui ci appassioniamo ad una realtà dove spacciano il tiro dai sei metri per un tiro da 3, dove gli Athletic director ed i coach vengono pagati come nababbi ed i giocatori vengono indagati e/o squalificati se accettano una autovettura in regalo. Senza questo mix di poesia, follia ed epicità, non sarebbe college basket.

 

voto 10: Luke Maye. Si fosse chiamato Zack e non Luke, vi avrei tediato con una serie di imbarazzanti battute sulla maionese e su un noto film anni ’80 che per chi non è under 30, ha sostanzialmente fatto epoca. Di Zack Maio il nostro Maye non possiede le origini italiane, ma condivide la comune sorte da sottostimato, dovendosi conquistare a suon di performance d’autore il rispetto che ad altri è concesso per decreto. Uno che segna 5,5 punti a gara per tutta la regular season e nel torneo Ncaa passa a 13, con una punta di 17 – career high, c’era bisogno di dirlo? – nella partita della vita, quella per accedere alla final four contro la Big Blu Nation di Kentucky, se non è predestinato, quantomeno si porta a spasso attributi degni del fu Terry Porter. Il “huevos grandes” in versione “chi non salta bianco è” dà un contributo di grande sostanza per tutta la gara, ma una volta che Monk attenta al suo sogno di Final Four con due triple a segno negli ultimi 30 secondi, deve ergersi a protagonista e fare le veci dei fin li non precisissimi Justin Jackson e Berry III, segnando il buzzer beater per eccellenza della March Madness 2017.

Il Jumper che a 3 decimi dal termine manda all’inferno coach Calipari è di quelli che ricorderemo anche tra vent’anni, soprattutto se dovessero arrivare altre due W dei Tar Heels, da qui alla fine della stagione.

Siamo di fronte alla volata di Tyus Edney 1995

quella di un campo intero percorso in 4 secondi, col quale la UCLA di coach Harrick evitò la clamorosa sconfitta contro Missouri al secondo turno, per poi andare a vincere il titolo. Avrei detto Christian Laettner 1992, per via dell’avversario affrontato, UK, ma avrei finito per bestemmiare.

Questa cosina fa parte della leggenda, la prodezza di Maye è “soltanto” (già) nella Storia.

Anche se lo stesso Chris ci fa sapere d’aver apprezzato il buzzer del secondo anno from Carolina, via Twitter.

Si, avete capito bene: il potere dell’odio che l’università sita a Lexington può suscitare, arriva al punto di indurre un’icona dei Blue Devils a complimentarsi con l’artefice della qualificazione alle Final Four, per i rivali di sempre dei Tar Heels.

Altrimenti non l’avrebbero chiamata March Madness.

 

Jaywill_22 / Marco Brignoli

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7 thoughts on “Ncaa #MarchMadness 2017: the day before the Final Four

  1. Bella là! Jay. Visto che questo draft non lo sto seguendo, se i Lakers tengono la pick e non la tradano all’istante, chi dovrebbero scegliere?

    1. Io ho la mia idea abbastanza consolidata:

      – No Fox (troppo magro e troppo poco pg classica)
      – No Fultz (troppo individualista e interessato a sè stesso che alla squadra)

      – No Tatum se teniamo Ingram. Altrimenti, con la 3 andrei su di lui, che è molto più fisico, maturo e completo di Brandon, oggi come oggi. Se decidono di cedere Ingram, Tatum tantissima roba.

      – Se decidono di puntare su D’angelo Russell playmaker, prenderei josh Jackson. Ti gioca due/3 ruoli, palleggia come un piccolo e prende rimbalzi come un centro, cambia su qualunque blocco, è atletico e fisico, longilineo ma non magro come Fox o Ingram. Ha anche un bel rilascio nel tiro, mi ricorda Jimmy Butler o WInslow come comparision, solo più alto.

      – Se decidono di proseguire l’esperimento Russell guardia o di cedere D’Angelo ritenendolo un Balotelli, tutta la vita dobbiamo prendere due o tre tiratori e scegliere Ball. Nessuno nella NBA, compresi veterani, la passa bene come lui ed è abile ad armare le bocche da fuoco. Lonzo è anche molto alto e può migliorare tanto sotto tantissimi aspetti, il padre non mi preoccupa come non mi preoccupava con Kobe….io sarò visionario, ma ho visto Ball troppo maturo per l’età che ha e per il pirla di padre che si ritrova, secondo me sarebbe il leader che ci manca in una posizione di campo dove non ne vantiamo uno dalla conferenza stampa di Magic nell’ottobre ’91.
      Mi fido molto di Magic, se non è in grado lui di scegliere uno che dovrebbe di fatto raccogliere la sua eredità, chi può farlo? Jordan ha visto in Kobe il suo erede e non è andata malissimo, vediamo se Magic ritiene Ball all’altezza oppure no.

      In definitiva, sono per Josh o Ball, in subordine Tatum. In questi giorni proverò a fare una rivisitazione dei draft recenti sul forum, per fare un punto di quanto azzecchiamo e quanto no…dovrebbe essere divertente :)

      1. Bravo. Così ce li spieghi bene tutti. D’accordissimo con te, anche se mi terrei qualche riserva comunque su Fultz che è un ’98 e Fox che dicono che difensivamente può diventare molto forte, boh. Ball per me ci porta davvero ai playoff già al primo anno aggiungendolo alla nostra squadra, migliora tutti! Jackson mi piace tanto, poi è migliorato tantissimo sul tiro da iniziò anno a oggi.
        Aspetto il tuo Mock appena hai tempo. Anche da Alessio che siete gli esperti ncaa.

        1. Sia chiaro, Fultz e Fox possono diventare fortissimi, non dico certo di no :)
          E’ che preferisco venga creato un sistema difensivo, piuttosto che avere un buono o ottimo difensore, messo in mezzo ai D’angelo, Clarkson o Randle che non difendono praticamente mai.
          E se devo proprio guardare al difensore, oggi JJ è superiore a Fox e non di poco.
          Se cerco uno maturo, stufo dei progetti a lungo termine, vado da Ball o Tatum.
          Se cerco uno che cambi il livello del nostro attacco, che ancora fa una fatica oscena, vado ancora con Ball.
          Se cerco quello più completo, l’all around che sa fare tutto e non ha lacune, mi fiondo su Jackson o Tatum.
          Se guardo al ruolo più vacante, penso a Fultz forse, Ball o Jackson.

          Non che Fox non mi piaccia, ne parlai benissimo già alla prima partita che mi capitò a tiro (mi piaceva molto più di Monk e lo scrissi), ma specificai subito che non volevo saperne di un altro grissino.
          Voglio uno con fisico e stazza superiore alla media, uno pronto domattina e che non devo (e non voglio) aspettare.

          Ribadisco, magari poi Fultz si dimostra veramente il nuovo Lillard, ma a me le etichette piacciono poco e credo sempre il giusto ai nuovi pinco e pallo.

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